Come direbbe Tacito, tutto ciò che oggi è antico un tempo fu moderno. Vale anche per le umane istituzioni, che a qualcuno paiono eterne quanto il cosmo, e invece tutte ebbero una nascita, e, come tutto ciò che nasce, prima o poi avranno una fine; o, in alternativa e in attesa, una metamorfosi.
Qui affacciamo due esempi famosi. Dell’Inghilterra – G. Bretagna si pensa che da quelle parti le cose siano andate sempre come oggi con Carlo III; e invece, in estrema sintesi: tentativo fallito dei Tudor (1455-1603) di monarchia assoluta; caos e decapitazione di Carlo I Stuart, con repubblica tirannica di Cormwell; ultimi Stuart e attuali Hannover – Windsor con monarchia costituzionale senza costituzione scritta (Compromesso vittoriano); e intanto, Regno Unito la cui unione sta scricchiolando.
E la Francia? Dal 1788, monarchia assoluta; monarchia costituzionale; repubblica sanguinaria giacobina; repubblica dittatoriale e impero di Napoleone I; monarchia costituzionale ristrettissima; monarchia costituzionale allargata; breve repubblica socialisteggiante; repubblica dittatoriale e impero di Napoleone III; repubblica partitocratica Terza e Quarta; attuale repubblica semipresidenziale.
E non vi dico quanti Stati sono morti e nati negli ultimi tre secoli in Occidente, e con quali istituzioni. Persino la costituzione più stabile della storia moderna, quella degli Stati Uniti (1776), ha subito parecchi “emendamenti”.
La storia italiana… ci vorrebbe un volumone per dissertare degli statuti regi e feudali del Medioevo, e ci contentiamo delle costituzioni giacobine del 1796-7; persino le monarchie militari napoleoniche avevano delle costituzione, ovviamente rimaste “chiffon de papier”; una vera fu quella siciliana del 1812, ma abrogata nel ’16; nel 1820 ne fu emanata una a Napoli, annullata dall’intervento austriaco; nel 1848 concessero costituzioni Ferdinando II, Pio IX, Leopoldo II; ma sopravvisse ai turbinosi eventi di quegli anni solo lo Statuto Albertino del Regno di Sardegna, poi esteso all’Italia.
Sopravvisse, però, attenti qui, appena nato già mutò pelle, e; mentre la lettera dello Statuto riservava il potere esecutivo solo al re e a un governo da lui nominato e destituito, l’assetto divenne immediatamente quello di una monarchia costituzionale parlamentare, cioè partitocratica; durante il fascismo, a partito unico.
Tutti questi e tanti altri assetti istituzionali della storia non sono scesi dal cielo come furbescamente andò dicendo Numa Pompilio o s’inventavano i nomoteti greci; sono elaborazioni umane, e come tali possono essere ottime, buone, mediocri, cattive, pessime…
E, attenti, queste qualificazioni non in assoluto e per tutti i secoli dei secoli, ma, insegna il Vico, “i governi devono essere conformi alla natura dei popoli”, e se la natura muta, si possono, anzi si devono cambiare. Esempio, il Codice Civile è del 1942 (leggete il frontespizio e vi si drizzano i capelli! ahahah), però nel 1975 è stato modificato in tutto ciò che riguarda il diritto di famiglia. Ovvio: mutati gli equilibri sociali, si devono cambiare le leggi.
L’attuale costituzione, entrata in vigore l’1.1.1948, è stata modificata… e dico nella forma, perché nei fatti vige la cosiddetta “costituzione materiale”, che, sempre di fatto, lascia ogni potere ai partiti, i quali, stando alla la forma, compaiono timidamente solo nell’art. 49, fin dal 2 giugno 1946 mentre dilaga la partitocrazia: anzi oggi, in assenza di partiti autentici con riunioni e tessere e sedi, il potere dei dirigenti di se stessi. Vi basta, come esempio?
Nel 2001 è stato radicalmente riformato l’intero Titolo Quinto, che riguarda le autonomie locali; e la nuova formulazione, compilata, a mio avviso, con stridente violenza giuridica e semantica, mette sullo stesso piano Stato, Regioni, Comuni. Absurda lex sed lex, è in vigore. Vi basta?
La riforma dell’ordinamento giudiziario per cui andremo a votare il 22 e 23 marzo, e che è già stata approvata dalle camere, è opinabile come tutte le umane cose; perciò ognuno la può pensare come gli pare (tot capita, tot sententiae), ed esprimere il pensiero con sì/no.
Ragazzi, vedete come si affronta un argomento in buona lingua italiana non libresca e scolastica, bensì normalmente e scioltamente ed elegantemente parlata, perché pensata in italiano e non in gergo locale? E senza ingiuriare nessuno.
Ulderico Nisticò