Sinistra piccolo borghese

La sinistra europea nasce, fin dal XVIII secolo, come partito di classe, per rappresentare i lavoratori subordinati, in quegli anni effettivamente sfruttati nella più canagliesca delle maniere, soprattutto in Gran Bretagna e Francia.
A dire il vero, appena nata, la sinistra non fu un partito, ma due tre quattro x partiti: succede a tutti i movimenti molto ideologizzati, che si dividono sulle parole molto prima che sui fatti. Ma questo è sotto gli occhi di tutti.

La sinistra, detto in generale, rappresentò dunque una classe sociale contro il capitalismo. Subì una prima battuta di arresto nella Germania di Bismark con il “socialismo prussiano” (detto, se volete ridere, socialismo del Kaiser!); e una per mano del fascismo e del nazionalsocialismo… Sconfitti questi in guerra, la sinistra riprese, in Europa e in Italia, la sua funzione di rappresentanza, e la sostenne fino alla fine del XX secolo.

Intanto il mondo cambiava radicalmente, e la sinistra non se ne accorgeva. Le classi, che ancora fino agli anni 1970 esistevano anche come cultura e stile di vita, sparirono vertiginosamente, confondendosi con apporti di mentalità molto diverse, e anche molto eterogenee. Intanto il figlio dell’operaio sposava una dottoressa, e nascevano figli borghesi e per professioni, e per visione della vita. Per essere più esatti, l’avvocato Y ignora che il nonno era un minatore e la nonna una casalinga molto parsimoniosa; e se glielo raccontate, lo piglia per romanzo.

A sua volta, l’industria non ha più bisogno di operai generici dequalificati, anzi li evita come la peste; nel caso migliore, assume tecnici.
Mentre ciò avviene, ormai da due generazioni, la cultura di sinistra continua a parlare come se ci fossero gli operai degli opifici inglesi a 18 ore al giorno; mentre, se potessero, gli industriali pagherebbero gli operai per starsene a casa, e metterebbero al loro posto delle macchine elettroniche.

Quella parte della sinistra che, magari non ancora teorizzando, ma istintivamente vedendo, ha intuito la fine del mondo operaio, è andato in cerca di altre persone da rappresentare. Dico persone singole, non categorie, e capirete perché.

La sinistra si è messa a rappresentare rom, gay, immigrati presenti o aspiranti, e un certo intellettualismo scolastico terzomondista, buonista, sentimentale fatto di troppe parole e troppo belle per essere credibili. Non sono categorie, e tanto meno sono gruppi di sinistra: un rom mendicante, se vota, vota per chi gli offre una cena; un rom, o ex rom, lavoratore, vota esattamente per chi gli pare, come tutti gli altri. La Keynge, fallimentare ministro, è però un medico e cittadino italiano di origini congolesi; Tony Iwobi è un senatore della Lega e imprenditore di successo, di origini nigeriane. Esattamente come Napoleone fu un imperatore francese di evidentissime origini italiane; e gli antenati di Armando Diaz non dovevano essere tutti napoletani; e il fondatore dell’impero britannico delle Indie, Disraeli, era un ebreo italiano di Livorno; ma il Vanvitelli era di origini olandesi. Eccetera.

La ragazzina iperfemminista a sedici anni, quando diventa mamma si guarda la figlia, pur continuando, a parole, a dirsi per la massima libertà sessuale… delle figlie degli altri. E ciò ha una comprensibile ricaduta anche sui voti elettorali.
Ora mi fermo, se non per aggiungere che una sinistra è necessaria; eternamente all’opposizione, se no fa danni, ma è necessaria, prima che trionfi il capitalismo peggiore, quello che riduce tutto a soldi: quello che Marx – sentito nominare? – chiamò la “nummificazione del tutto”.

Se potessi dare un consiglio alla sinistra, licenzi certi fanatici intellettuali radical chic, notoriamente comodi e ricchi e che hanno “orrore del proletariato e temono una sola cosa: la rivoluzione”; e torni a parlare con la gente vera, quella preoccupata del lavoro e della casa e dei figli, e non dell’edonismo sciocchino e piccolo borghese, magari spacciato per promozione umana.
Chi disse, a proposito dei suo ex compagni, che provavano “orrore del proletariato e temono una sola cosa: la rivoluzione”? Vediamo chi l’indovina.

Ulderico Nisticò