Siamo cresciuti a pane e confronto, nella nostra Piazzetta, che non era solo un punto d’incontro, ma un laboratorio di idee. Si discuteva, ci si ascoltava, ci si confrontava anche duramente, ma sempre con il rispetto di chi sa che la comunità viene prima di tutto.
In quegli anni, politici come il signor Bartolotti o il Signor Gagliardi arrivavano ai comizi con le loro cartelle piene di numeri, appunti e progetti: un’opposizione fatta di contenuti, non di attacchi personali.
E quando il sindaco Calabretta con il suo gruppo, vinceva, la piazza non si divideva; si riempiva per la “festa dei limoni”, un simbolo di partecipazione popolare.
L’opposizione non si amareggiava, non insultava. Si stava insieme, ci si stringeva la mano, si brindava alla vittoria e, soprattutto, si lavorava per far crescere tutta Soverato.
Era una politica che sapeva ancora guardarsi negli occhi e riconoscere nell’avversario non un nemico, ma un pezzo della stessa casa.
E quelle lunghe pedalate, sul corso, o sul lungomare dove la partecipazione dei giovani era attiva e gioiosa. L’ultima stagione di politica dal respiro sano, là si può collegare agli anni di Ernesto Alecci e del Gruppo dei Cambiamenti.
Un progetto nato con l’idea di rinnovare non solo le parole, ma anche le persone e le modalità con cui la città veniva guidata.
Un gruppo che prometteva nuova linfa, nuovi elementi, nuova energia. Eppure, col tempo, è rimasto sospeso, svuotato, povero di quel coraggio che avrebbe potuto trasformarlo nella vera svolta.
Per molti, Ernesto è stato l’ultimo politico capace di unire. Il resto, negli anni successivi, ha lasciato una città non povera economicamente, ma povera di contenuti, povera di attrattiva, povera di presenze.
Il veleno di oggi non nasce in piazza, ma sui social. Ed è questo che fa male: perché sui social non c’è solo la nostra comunità. C’è tutto il comprensorio che guarda, osserva, commenta, spesso ridicolizza.
Là dove un tempo si lavorava per mostrare il meglio di Soverato, ora sembra che portiamo in pubblico solo le divisioni, le tensioni, le rivalità.
I social dovevano essere un ponte, oggi sembrano un ring. E quel dissing degli ultimi giorni, amplificato dai social manager e dalle dinamiche della rete, ha finito per danneggiare l’immagine della città più di quanto chiunque possa immaginare.
Eppure, la nostra memoria è piena di esempi luminosi. Il gruppo degli Arconti, il signor Castano, il signor Cervadoro e tanti altri che con sorrisi, balli e spirito di unione riuscivano a far conoscere Soverato anche con poche risorse.
C’era il gruppo di San Martino, c’era il signor Lomanno, c’era Callipari: persone che costruivano comunità prima ancora che eventi. Soverato cresceva perché c’erano mani, volti e cuori.
Oggi, invece, ci troviamo davanti a un territorio che sembra sempre più fragile. Una città dove chi prova a creare qualcosa rischia di venire scoraggiato prima ancora di iniziare.
Una città dove perfino la Pro Loco si ritrova coinvolta in conflitti che sanno più di rivalità e gelosie che di reale interesse per la comunità.
E non è per mancanza di talenti. Di persone capaci ce ne sono tante. Gente che potrebbe riportare Soverato agli antichi splendori, ma che spesso non viene valorizzata.
Soverato potrebbe offrire tanto: creatività, accoglienza, cultura, turismo. Potrebbe essere una città viva, luminosa, riconoscibile.
E invece si ritrova a gestire l’eco di tensioni che non aiutano a nessuno, che non costruiscono, che non fanno crescere.
Ma Soverato non è definita dagli errori di oggi. È definita dalla volontà che saprà mettere domani. Ripartire è possibile.
E forse è proprio questo il momento in cui la comunità deve fare un passo indietro dalle polemiche e un passo avanti verso la responsabilità.
Verso quella politica e quella umanità, che un tempo hanno fatto grande la nostra città.
Scusate il mio libero sfogo, da libero cittadino, che preferisce rimanere nell’anonimato. Perdonatemi, anche se ho fatto nomi e cognomi, ma bisogna dare a Cesare ciò ch’è di Cesare.
Soverato ha bisogno di Rinascere no di morire ancora di più con le vostre le lotte politiche, alle porte delle nuove elezioni. Si costruisce no distruggendo, ma collaborando.