Caro Gianni (ex Sindaco di Soverato), caro Daniele (attuale Sindaco di Soverato), ho letto entrambi gli interventi su Piazza Don Gnolfo e, forse per deformazione di un passato nel quale mi sono occupato a lungo di cronaca locale, urbanistica e questioni ambientali, ho provato a leggerli insieme, più che uno contro l’altro.
Mi permetto di chiamarvi semplicemente Gianni e Daniele, pur sapendo che entrambi avete avuto o avete responsabilità amministrative importanti. Lo faccio con la discrezione di chi vuole semplicemente aggiungere qualche considerazione da cittadino, senza attribuire al proprio punto di vista un peso maggiore di quello che ha.
E anche perché mi piace pensare che questa possa restare una discussione fra persone che, pur partendo da sensibilità differenti, vogliono bene alla stessa città. Dico “stessa città” comprendendomi naturalmente fra i soveratesi, senza rinunciare alle mie origini satrianesi.
Del resto, noi soveratesi siamo un po’ come gli Stati Uniti quando si formarono, una comunità nata dall’incontro di provenienze diverse. Con la differenza che, nel nostro caso, bastano pochi chilometri per ritrovare le proprie radici.
Non entro negli aspetti tecnico-amministrativi della vicenda. Mi interessa di più ciò che questa discussione finisce per portare alla luce. Nelle parole di Gianni riconosco una preoccupazione che riguarda il rapporto fra una comunità e i suoi luoghi. Ci sono spazi cittadini che con il passare del tempo smettono quasi di essere soltanto strade, edifici o punti sulla carta.
Entrano nella memoria di chi li attraversa e diventano parte dell’immagine attraverso la quale una città riconosce se stessa. Quando si interviene su di essi, dunque, la questione inevitabilmente supera la dimensione materiale dell’opera. Daniele introduce invece il punto di vista di chi una città deve amministrarla nel presente.
Una comunità urbana non può essere custodita sotto una campana di vetro. Cambiano le abitudini, le esigenze, il turismo, le attività e persino il modo di utilizzare luoghi che generazioni precedenti vivevano diversamente.
L’amministrazione è chiamata a confrontarsi anche con queste trasformazioni e, naturalmente, a farlo attraverso procedure e decisioni che abbiano il necessario fondamento amministrativo. È proprio a questo punto che, almeno per me, Piazza Don Gnolfo diventa quasi il punto di partenza per una riflessione più larga. Non basta domandarsi se una determinata trasformazione sia possibile.
Occorrerebbe domandarsi, forse prima ancora, come immaginiamo Soverato fra dieci o vent’anni? È una domanda che negli ultimi tempi mi è tornata spesso in mente. Recentemente ho scritto qualcosa sulle trasformazioni della città.
Provando a osservare con una certa distanza ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni, mi è sembrato di scorgere alcune continuità che hanno attraversato amministrazioni e stagioni politiche differenti.
Decisioni prese in momenti diversi si sono progressivamente sommate e hanno inciso sulla mobilità, sulle attività economiche, sull’utilizzo di alcune aree e, più in generale, sul modo di vivere Soverato.
Molte hanno prodotto risultati importanti, altre possono essere ancora oggi oggetto di riflessione. Non è questo il luogo per farne il bilancio. Una cosa, però, mi sembra di poterla dire. Forse la domanda su quale città volessimo costruire nel lungo periodo non ce la siamo posta abbastanza. O, almeno, non sempre prima delle singole decisioni.
Quando tante scelte, ciascuna comprensibile nel proprio tempo, finiscono per comporre insieme il volto di una città, può accadere di accorgersi del disegno complessivo soltanto dopo. Da qui nasce una distinzione che considero importante. Una cosa è stabilire ciò che può essere realizzato secondo le regole.
Altra cosa è scegliere, tra le possibilità consentite, quella che meglio corrisponde all’idea di città che intendiamo consegnare al futuro. La prima domanda appartiene soprattutto all’amministrazione. La seconda chiama in causa una visione. Ed è qui che occorre evitare le scorciatoie. Una città deve poter cambiare senza consumare ciò che la rende riconoscibile.
Deve accogliere iniziative economiche senza considerare ogni spazio soltanto per la funzione che può svolgere oggi. Deve proteggere ciò che ha ricevuto senza trasformare questa protezione in immobilità. Tra la città-museo e la città-consumo deve pur esistere una terza strada. Mi piace chiamarla “la città pensata”. Una città pensata non nasce dalla vittoria di una sensibilità sull’altra.
Nasce quando le singole decisioni riescono a stare dentro un disegno riconoscibile e quando quel disegno guarda abbastanza lontano da sopravvivere anche a chi, per un tratto di strada, ha avuto la responsabilità di amministrare. Per questo non considero marginale nessuna delle due sollecitazioni emerse. Chi ha amministrato in passato conserva il diritto, e forse anche il dovere, di interrogarsi sulle trasformazioni della città.
Chi amministra oggi ha invece la responsabilità assai più difficile di decidere, assumendosi il peso delle scelte e confrontandosi con esigenze che nel frattempo sono cambiate.
Eviterei semmai di portare dentro Piazza Don Gnolfo questioni appartenenti ad altri capitoli della vita amministrativa.
I conti del Comune, le scelte compiute ieri, i risultati ottenuti oggi e le responsabilità delle diverse stagioni meritano ciascuno una discussione propria. Altrimenti il rischio è che, discutendo del passato degli amministratori, ci dimentichiamo di discutere del futuro della città.
Aggiungo soltanto una nota personale, forse necessaria per rendere trasparente il punto dal quale osservo la vicenda. Chi ricorda gli anni nei quali scrivevo con maggiore continuità di cronaca locale sa che più di una volta mi sono speso su questioni che riguardavano la salvaguardia del territorio, dell’ambiente e di alcuni luoghi ai quali attribuivo, e continuo ad attribuire, un valore particolare.
È vero, le città possono e devono cambiare. Lo scrivo e lo penso. Ma non tutti i cambiamenti hanno lo stesso peso. Alcuni accompagnano un’epoca e poi scompaiono; altri modificano lentamente il rapporto fra un luogo e chi lo vive. È soprattutto davanti ai secondi che preferisco sempre qualche domanda in più e qualche certezza in meno.
Del resto, ciò che oggi ci divide può apparire molto importante e magari fra qualche anno lo sarà assai meno. Le polemiche si spegneranno e molte delle cose che oggi sembrano definitive avranno probabilmente un’altra forma. Perché alla fine il dehors resterà, cambierà o un giorno non ci sarà più.
Le amministrazioni passeranno, come sono passate quelle precedenti e come passeranno quelle future. La piazza, invece, resterà. Ed è probabilmente lei, più di Gianni, di Daniele e di tutti noi che oggi ne discutiamo, ad avere diritto all’ultima parola.
Fabio Guarna – Soverato News