Soverato saluta Don Gino Martucci

Come Ulisse e il ritorno. Come Prometeo e la disobbedienza. Come Poseidone e l’ira. Come Leonida e il coraggio. Come Alessandro Magno e l’intelletto. Come Annibale e la spudoratezza. Come Giulio Cesare e la tattica. Come Gengis Khan e il furore. Come Omero e l’immortalità. Come Dante e la ricercatezza. Come Leopardi e l’eleganza. Come Shakespeare e l’intensità. Come Pirandello e la modernità. Come Batman e la maschera. Come Capitan America e lo scudo. Come Hulk e i pugni verdi. Come Superman e il mantello. Come Mosè e la libertà. Come Noè e la devozione. Come Abramo e l’obbedienza. Come Maria e l’amore. Come Don Bosco e l’accoglienza. Di grandi uomini è fatta la memoria. A volte vincitori e a volte sconfitti. Ma autentici, profondamente autentici. Di grandi azioni è fatta la memoria. A volte giuste e a volte sbagliate. Ma necessarie, profondamente necessarie. Di grandi consensi è fatta la memoria. A volte totali e a volte limitati. Ma inevitabili. Profondamente inevitabili. Di grande fede è fatta la memoria. A volte profonda e a volte labile. Ma innata. Profondamente innata. Di grandi luoghi è fatta la memoria. A volte concreti e altre mitizzati. Ma sacri, profondamente sacri. Ma di memoria sono fatti i luoghi piccoli. Con i loro uomini e le loro azioni e i loro consensi e la loro fede. E di memoria è fatta Soverato. Con la sua Chiesa e il suo Pastore. Che va via. Ma resta nel ricordo. E resta nell’interminabile applauso che tutte le mani gli offrono. Le mani sorelle di tutti quei piedi arrivati in Chiesa. I piedi fratelli di tutti quegli occhi che guardano il crocifisso. Gli occhi fratelli di tutte quelle bocche che sospirano e pregano. Le bocche sorelle di tutti quei cuori che sussultano. I cuori figli di quel prete che si chiama Gino. Figli di quel prete che domenica sera celebra la sua ultima messa da Direttore dell’Opera Salesiana della città. 

Figli di quel prete che saluta e prega e piange. Figli di quel prete che canta e ride e chiede perdono. Figli di quel prete che è salito sul carro del condottiero e ha combattuto per opere grandi e piccoli uomini. Figli di quel prete che ha rischiato e deciso. Figli di quel prete che tante volte ha sbagliato ma molte di più ha sviluppato. Figli di quel prete che ha ridato vita alla comunità. Figli di quel prete padre, maestro ed amico. Figli di quel prete che ha fatto rinascere l’Oratorio. Figli di quel prete che ha raccolto centinaia di ragazzi come margherite in una terra arida e ha permesso loro di fiorire tra le sue grandi braccia. Figli di quel prete che ha creato un coro di voci giovani e speciali. Figli di quel prete che spiega il vangelo parola per parola. Figli di quel prete che predica come se stesse parlando davanti ad un caffè. Figli di quel prete che sa farsi ascoltare. Figli di quel prete che sa sgridare. Figli di quel prete che fa arrabbiare. Figli di quel prete che ammalia e che trascina. Figli di quel prete che  premia e ammonisce. Figli di quel prete che guarda con occhi giovani e giudica con bocca saggia. Figli di quel prete che a fine messa aspetta i fedeli sull’uscio e stringe la mano uno per uno. Figli di quel prete che fa costruire il campetto da calcio con l’erba e organizza un grande torneo. Figli di quel prete che porta un antico rigore nella scuola. Figli di quel prete che cammina a piedi per le strade.

Figli di quel prete che incoraggia le madri. Figli di quel prete che fa il bagno a mezzanotte con i suoi ragazzi. Figli di quel prete che ha portato la fede al di là delle porte chiuse. Figli di quel prete con il ciuffo bianco e ribelle esattamente come la sua anima. Figli di quel prete che ha costruito e reso grande qualcosa di molto piccolo. Figli di quel prete che è padre di tutti. Figli di quel prete che è anima viva della città. Figli di quel prete che ne ha fatte tante di più di quello che c’è scritto, ma ogni mente ricorda ciò che le rimane più impresso. Figli di quel prete che va via. Figli di quel prete che diventa padre di altri e lascia in nuove mani altrettanto esperte i suoi figli. Figli di quel prete che elogia e incoraggia il nuovo Direttore. Figli di quel prete che dona alla città una statua di Don Bosco. Figli di quel prete che fa parte di quella lunga schiera a inizio pagina. Figli che salutano colui che deve andar via. Figli che lo baciano. Figli che lo abbracciano. Figli attorno a lui. Figli che gli augurano la gioia di una nuova avventura. Figli convinti che donerà la sua grandezza a chi ne ha più bisogno. Figli che lo attendono, seppur nella gioia di un nuovo inizio.

Floriana Ciccaglioni

 

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