Stile umbertino e stile liberty a Soverato

 È giunto a conclusione il progetto del Rotary (presidente Francesca Catuogno) di studio dei palazzi liberty di Soverato. Invitato a collaborare, non mi sono esentato, come non mi esento da nulla di interessante; e ho spiegato ai ragazzi partecipanti, nel corso dell’anno, e oggi al pubblico, cosa ritengo importante, in questo lavoro, per la storia di Soverato.

 Dopo il terribile sisma del 1783, l’abitato di Soverato venne trasferito da “Soverato Vecchio” sulla collina a sud del Beltrame (Soverato Superiore). C’era tuttavia un insediamento costiero, chiamato S. Maria di Poliporto, attorno alla Torre di Galilea, o Torrazzo, e alla fortezza a difesa dei traffici.

 Con lo sviluppo della navigazione costiera, e, nel 1876, l’arrivo della ferrovia, si assiste a un rapido sviluppo, con la presenza di famiglie di varia provenienza, che costruiscono i palazzi di stile umbertino attorno al passaggio a livello, datati tra il finire degli anni 1870 e il decennio seguente.

 È un problema notevole se queste imponenti costruzioni siano sorte ex novo, o su costruzioni preesistenti. Alcune tracce consentono di avvalorare questa seconda tesi; e i lavori in atto sul corso Umberto offrono l’occasione per sincerarsene. Una storia topografica di Soverato sarebbe un impegno proficuo per tesi di laurea di urbanistica.

 Nel 1881, con un atto coraggioso e rimasto unico nelle cronache dell’intera costa ionica, la sede comunale viene trasferita sulla costa. Si adottarono le denominazioni di Soverato Marina e Soverato Superiore.

 L’espansione insediativa continuò, nei primi decenni del XX secolo, fino all’attuale bivio per via Amirante, e invalse lo stile che, in sintesi, si chiama liberty, o floreale, estroverso, fantasioso, colorato, ricco di fregi: quasi a voler significare comunicatività, dialogo, socialità.

 Ecco come, attraverso l’urbanistica, si può disegnare l’intera storia della comunità di Soverato. Poi vennero costruite periferie e periferie e periferie di soli condomini senza piazze, senza manco bar: ma è meglio stendere un velo.

Ulderico Nisticò