Stranieri, e le altre mafie: e quante altre Amendolara?


Quando nel 1776 i “Padri costituenti” (locuzione da riservare solo a quelli americani del 1776, senza scopiazzature di padri e madri altrui) fondarono gli Usa, si posero subito il problema dell’immigrazione.

Erano essi stessi immigrati inglesi o scozzesi o irlandesi, e qualcuno, come lo stesso Washington, di casate nobili o persino reali; e sapevano di avere, in prospettiva, immensi territori da scoprire e colonizzare.

Assunsero, grosso modo, queste due decisioni: nelle città atlantiche, operai e artigiani europei di varissima origine e religione; ma nel Middle West (cuore del paese e dell’esercito), solo “wasp”, cioè bianchi anglosassoni protestanti, con esclusione di latini e cattolici. E anche le masse di stranieri delle città vennero e sono tenute sotto controllo. È andata così per tutto l’Ottocento e oltre, in Usa.

L’Europa ha dovuto affrontare l’immigrazione solo in tempi molto recenti, e lo ha fatto in modo confuso e affidato al caso. La Gran Bretagna, mentre abbandonava precipitosamente lo sterminato impero coloniale, concesse la cittadinanza a tutti gli ex sudditi, forse illudendosi fosse un gesto formale senza effetto, e non fu così.

La Francia, la cui storia è sempre stata fatta di immigrazione (il più famoso dei Francesi è Napoleone, italiano di Corsica), s’illuse che bastasse mandare gli stranieri a scuola a imparare un poco di lingua per fare di uno straniero policromo un san Luigi IX in persona: e sappiamo tutti che non è così. La Germania è stato molto più accorta, attirando solo immigrazione qualificata.

L’Italia, che era abituata all’emigrazione, si è trovata di fronte al fenomeno contrario, e non ha elaborato alcuna linea politica, oscillando tra anarchia buonista generica, e sussulti di tardivo contenimento. Il risultato è stato, in sintesi:

– cinque milioni di stranieri censiti, in un’Italia che patisce la crisi demografica;
– numero X di stranieri clandestini;
– esito molto dubbio, quando non evidente fallimento, dell’assimilazione culturale;

– giro di soldi da parte di non dico tutti ma certo molti “benefattori” di professione;
– sfruttamento con lavoro dequalificato e precario, e scarsissimaa retribuzione.

L’orrendo caso di Amendolara… MA QUANTE AMENDOLARA CI SARANNO, IN ITALIA? E chi controlla? E chi si chiede dove e come vivano quelle persone straniere che ormai è quotidiano vedere dovunque? C’è stato bisogno di un delitto così mostruoso, per accorgersi che ad Amendolara qualcuno raccoglieva le fragole? O i buonisti di professione pensano che fragole e arance e ulive si raccolgano da sole e da sole si rechino nei supermercati?

Ci sono evidenti carenze di controlli, e il caso degli stranieri viene preso in considerazione solo quando avvengono – e molto spesso – reati e violenze.

E attenti anche, da quanto appare, ad Amendolara il caporalato dei pachistani non viene esercitato da biechi bianchi sui pachistani, ma da altri pachistani. Ci vuole tanto ad accorgersi che il pachistano Pinco fa la fame, e invece il pachistano Pallino sta benissimo a soldi, e non si sa che lavoro faccia?

Dico pachistani per restare nel caso di Amendolara: MA QUANTE AMENDOLARA CI SARANNO, IN ITALIA? E quanti stranieri, e di quante altre etnie, sfruttati da altri stranieri con la complicità degli indigeni italianissimi?

Ci sono dunque altre mafie anche senza le nostre mafie. A proposito, le mafie nostre sono in qualche modo coinvolte, o si stanno facendo superare dalla concorrenza straniera?

Ce n’è lavoro, per gli inquirenti: fatevi sotto.

Ulderico Nisticò