Sul corso, a piedi! E la Carovana

Non ci posso credere che, nel 2021, dei commercianti siano convinti che le loro vendite o meno dipendano dal parcheggio davanti al negozio! E che uno arrivi in auto, gomito regolamentare abbronzato, si fermi, scenda a comprare… magari, come facevano tanti con i diesel, lasciando il motore acceso.

Non ci posso credere, ma è esattamente così; e mi cadono le braccia. Le braccia, ma non i piedi, con i quali, covid permettendo, io cammino sul corso.
Teoria generale del commercio. Un negozio vende se si verificano le seguenti condizioni:

1. I potenziali clienti hanno soldi.
2. I suddetti hanno o bisogno o voglia di comprare.
3. La merce è di qualità.
4. Il prezzo è quello adeguato, né arbitrariamente caro, né in continua svendita. Proverbio calabrese: “Do caru accatta, do mercatu pensa”. Chiaro?
5. Il negozio e il negoziante sono accoglienti. È una questione di professionalità.

Se si verificano tali condizioni, a cominciare dalla prima, io compro; se no, tanti saluti. Lo stesso se vado a comprare altrove.

E a Soverato, amici, non si verificano ormai da anni le cinque condizioni.
Perciò la sollecitazione di alcuni commercianti è roba degli anni 1950.

Il corso, come spero tutti sappiano, è stato completato – puzza a parte – e piastrellato. Sono scomparsi i marciapiede. Fanno bella mostra le fioriere. Dove volete mettere le auto?

E se, dico per dire, passassero le auto, e magari qualche bel TIR, delle piastrelle non resterebbe niente in pochissimo tempo: vedi Lungomare nuovo, per non dire di quello manciniano, a brandelli.

Il corso, piano piano, sta divenendo un salotto: e se uno passeggia, magari vede la merce, e, ricorrendo tutte e cinque le condizioni di cui sopra, magari compra.

Bisogna, e lo scrivo e dico a voce da subito, ripensare i sensi unici delle strade contermini. E spostare quel palo della luce di via S. Martino che, da solo, crea mille ingorghi. Poche cose, ma non da rinviare a “poi vidimu”.

Una sola obiezione mi giunge seria: i negozi hanno bisogno di rifornirsi. Benissimo, ecco la soluzione: la Carovana.

Si trova un’area parcheggio; e da lì baldi giovanotti con mezzi elettrici (così facciamo contenta Greta: a parte anche l’elettricità, per produrla, inquina!) distribuiscono le merci in un amen.

Come nelle città… no, come cento e più anni fa, quando Soverato era Soverato, e i commerci erano veri, e più in uscita che in entrata.

Si faceva così, quando la merce arrivava alla Piccola (oggi, Centro vaccini) dai treni dello Stato o della Calabrolucana, o con i bastimenti; e da lì in paese. E non erano pacchettini, era roba pesante, per braccia solide.
Eccoli, i seri e muscolosi lavoratori dell’epoca, venuti da molto lontano, e che fecero famiglia e radici. Sotto, ragazzi disoccupati.

Ulderico Nisticò