Taranto e il capitalismo liberista

Chiunque sia stato a Taranto, o anche solo a qualche chilometro, sa che la città è ostaggio dei fumi e di quant’altro si può immaginare. È però parimenti vero che Taranto vive soprattutto di acciaierie. Questi sono i fatti, non opinioni. E sono fatti che tutti conosciamo, e nessuno ha mai preso un provvedimento; o ne ha proposto uno serio e che non sia un parco giochi per delle ferie… ferie di 365 giorni l’anno, 366 nei bisestili. Risate amare, vero?

Intanto la vecchia gestione fallisce; ne arriva una nuova, francoindiana, che firma un contratto con lo Stato, piglia soldi, e, con i medesimi soldi, scappa. Troppo complicati i passaggi legali e delle trattative: e state sicuri che più una cosa è complicata, più è un imbroglio; la verità, come il rasoio di Occam, è semplice. Mi fermo qui.

Non mi fermo, invece, nelle mie considerazioni di carattere generale; e che ogni tanto faccio bene a ricordare anche ai miei sparuti lettori. Ragazzi, il comunismo è un fallimento sotto gli occhi della storia; socialismo e socialdemocrazia sono ircocervi, come gli animali mitici del Medioevo misti di un po’ di tutto, belli e inesistenti; ed eternamente indecisi a tutto, eppure capaci di tutto.

Giusto, palese. Sì, ma attenzione a non pigliare, come certa destra piccolo borghese, qualche solennissima cantonata: il fatto che le sinistre, detto in generale, falliscono, non autorizza minimamente a credere che la soluzione sia il capitalismo liberista: il quale, vedi Taranto, è altrettanto fallimentare.

Cominciamo dalle premesse filosofiche, anzi religiose nel protestantesimo: la predestinazione non solo decide se uno dopo la morte deve andare all’Inferno o in Paradiso (il Purgatorio, abolito), ma stabilisce anche se uno, cioè lo stesso di prima, in vita dev’essere ricco o puzzare di fame. Corollario: se è ricco è anche bello, ordinato, onesto; se no, vive malissimo e infelice, in attesa della certissima dannazione eterna.

Premesse ideologiche: l’economia non solo è autonoma, ma anche sovrana; ed è retta da leggi economiche domanda / offerta. Se un affare rende, si continua; se no, si chiude e tanti saluti.

Premessa politica: lo Stato ha l’esclusivo compito di risolvere problemi pratici e di ordine pubblico in senso repressivo; senza mai interferire nell’economia.

Premessa utopistica: il libero mercato assicurerà a tutti la felicità e il benessere; anzi il benessere, che, secondo i liberali, dà anche la felicità.

Ecco, in poche parole, cos’è, secondo i liberali, il liberismo. Di fatto, però, tutte queste belle premesse sono contraddette dalla realtà; e il liberista duro e puro, quando gli serve, utilizza lo Stato; e se rispetta le leggi, è perché ha trovato dei parlamenti che votano leggi comode e convenienti da rispettare. Ovvero, come disse Marx, lo Stato borghese è il consiglio di amministrazione della borghesia.

E invece la storia mostra che i liberali sono contro lo Stato quando guadagnano; e quando perdono, invocano lo Stato che manco Hobbes ed Hegel. Esempio, la FIAT degli anni 1950-2000, che ebbe ogni sostegno in soldi e in strade dallo Stato; ora minacciando licenziamenti di massa; ora pigliando denaro per aprire a Sud e poi chiudere… e infine sparendo in direzione Olanda ed America.

Lo stesso per gli avventurieri indofrancesi, che hanno arraffato soldi, e se li portano in Francia e in India.

L’economia, come tutte le cose umane comunitarie, deve essere regolata dalla politica. Né l’economia è un’attività autonoma come la poesia; né gli economisti sono capaci di decidere: come direbbe Platone, sono solo dei tecnici, e devono eseguire. Bene, ma eseguire. Se i Romani volevano un acquedotto, compravano un ingegnere greco (anche al mercato degli schiavi), lo trattavano benissimo, ma non si è mai visto che lo facessero console o imperatore; ed era lo Stato (res publica) a decidere, non questo o quello (res privata).
Riassunto: socialismo e comunismo sono evidenti fallimenti; ma lo è anche il liberalcapitalismo, con relativa Unione Europea.

Ulderico Nisticò