Testa di maiale fuori dalle porte e boss in “carrozzina”, come la ‘ndrangheta terrorizzava il Nord

Una struttura mafiosa pervasiva “legata fortemente ai segni e ai simboli tipici della ’ndrangheta”, sostengono gli inquirenti. Un’organizzazione che non si sarebbe fatta alcuno scrupolo nell’esercitare e mostrare chiaramene il proprio potere, il proprio controllo del territorio, non solo gestendo il “solito” e redditizio mercato dello spaccio, quanto facendo ricorso ad intimidazioni ed estorsioni, come l’appiccare incendi ad autovetture ed usare la violenza fisica e le minacce.

Per far comprendere meglio il “livello” di aggressività, gli investigatori portano due esempi in cui sia stata acquistata una testa di maiale per poi posizionarla davanti alla casa di uno degli indagati: un chiaro avvertimento per farlo desistere dalle richieste di mantenimento economico ma anche da possibili intenzioni di collaborare con la giustizia.

Nell’altra circostanza è stata intercettata una conversazione in cui alcuni degli indagati, sempre per esercitare delle pressioni su un uomo e sul figlio considerati dei collaboratori delle forze dell’ordine, progettassero di far recapitare anche a loro una testa d’animale, in questo caso di un agnello, con in bocca un bigliettino in cui si avvertiva che la prossima di testa sarebbe stata quella del figlio.

Insomma, messaggio inequivocabilmente mafiosi a cui si aggiungevano minacce e violenze anche solo per non aver portato rispetto agli esponenti dell’organizzazione.

C’è questo, e anche altro, nell’indagine chiamata in codice “Vico Raudo”, condotta dalla Squadra Mobile meneghina e che, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo Lombardo, avrebbe scoperto come a Rho Gaetano Bandiera, 74enne originario di Cropani, nel catanzarese, già condannato in via definitiva per associazione mafiosa, una volta scontata la pena, con la collaborazione dei membri della sua famiglia e di altri soggetti, avrebbe nuovamente ricostituito la cosiddetta “Locale di Rho”, già riconosciuta come struttura territoriale della criminalità calabrese nell’ambito di un’altra indagine di qualche anno fa, l’operazione “Infinito”.

Dalle indagini sarebbe emerso come il 74enne avesse anche beneficiato della concessione della misura alternativa al carcere, ovvero dei domiciliare, grazie alla presunta falsificazione di documenti che attestavano una sua invalidità che lo avrebbe portato a addirittura a muoversi su una sedia a rotelle, e che quindi avesse così ripreso il pieno controllo del territorio attraverso appunto una serie di intimidazioni ed estorsioni

LA “SANTA”, LA “COPIATA” E LE “DOTI”
Gli agenti della prima Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile milanese hanno fatto ricorso a numerosissime intercettazioni, servizi e appostamenti captando una serie di dialoghi da cui sarebbe emersa appunto sia la riorganizzazione della locale, ad opera di Bandiera, che la sua struttura gerarchica con l’indicazione delle doti di alcuni degli esponenti.

Tra queste quella superiore della “Santa” proprio in capo al 74enne, grazie alla quale – sempre secondo gli inquirenti – egli poteva conferirne agli altri affiliati, tra i quali il figlio, e in base ai rituali ‘ndranghetisti comporre la “Copiata” per battezzare e appunto conferire la dote di “Picciotto” a un altro soggetto.

Tra le attività della locale vi erano quindi le estorsioni anche a persone legate anch’esse alla criminalità: gli agenti sostengono infatti di aver documentato diversi casi subiti da persone che spacciavano droga ed a cui l’organizzazione avrebbe chiesto denaro con la violenza e con le minacce.

I DUE GRUPPI “SENZA SCRUPOLI”
Dalle investigazioni, quindi, è emerso che sul territorio di Rho, oltre alla struttura territoriale di ‘ndrangheta, era presente un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e composta da due gruppi, uno formato dagli stessi appartenenti alla “Locale” e l’altro da altri soggetti stamani finiti anch’essi in arresto.

Il primo, ovvero quello che si presume guidato da Bandiera, si sarebbe rifornito in via esclusiva dal secondo che, a sua volta, avrebbe ricevuto dal primo garanzie sull’esclusività della piazza di spaccio e sulla risoluzione di problemi in ragione della sua presunta matrice mafiosa.

Le numerose osservazioni ed i pedinamenti svolti dalla Mobile, con il supporto delle intercettazioni audio e video, hanno portato ad individuare altri soggetti che avrebbero acquistato la cocaina dal sodalizio per farne, a loro volta, un commercio al dettaglio autonomo.

I proventi della vendita dello stupefacente avrebbero garantito agli associati di beneficiare di un elevato tenore di vita considerato non giustificato dai redditi dichiarati tanto che il nucleo familiare del 74enne beneficiava anche del Reddito di cittadinanza.

LA VOCAZIONE IMPRENDITORIALE
Gli investigatori hanno appurato come i guadagni illeciti siano stati poi investiti nell’acquisto di alcuni esercizi commerciali, nel rilevare un’attività ambulante di somministrazione alimenti e bevande intestate a presunti prestanome e nell’acquisizione, senza un formale passaggio di proprietà, di una palazzina composta da tre appartamenti.

“Tale diversificazione degli investimenti certificava come, pur connotandosi per la sua tradizionalità, la ‘ndrangheta risultava avere quella vocazione imprenditoriale che, già in pregresse attività d’indagine, era emersa come fortemente caratterizzante della criminalità organizzata e che conferma la presenza di quella ‘ndrangheta 2.0 sul territorio lombardo”, sostengono gli inquirenti.

Sempre nell’ottica del rispetto delle regole della ‘ndrangheta, poi, una parte dei proventi sarebbe stata destinata al sostentamento degli affiliati detenuti.

Le indagini, rese difficoltose anche dall’accortezza degli indagati, che nel timore di essere intercettati effettuavano spesso anche dei controlli sulle loro auto con la collaborazione di alcuni tecnici compiacenti che all’occorrenza bonificavano i veicoli, hanno permesso di acquisire numerosi riscontri alle dichiarazioni in termini di sequestri di stupefacente e di armi.

Durante le investigazioni è stato infatti ritrovato e sequestrato un vero e proprio arsenale composto da armi comuni da sparo, anche clandestine, armi da guerra e munizionamento: il tutto a disposizione dell’associazione.