Tokyo, ovvero, C’è un’altra Italia?

 A oggi 7 agosto, gli atleti italiani hanno superato, per medaglie e vittorie, i successi olimpici che datavano dal 1932 e dal 1960. Faremo meglio i conti alla fine, ma intanto pare evidente che a Tokyo, come a Londra il mese scorso, sta comparendo un’altra Italia.

 Ora nessuno faccia il saputo, soprattutto di quelli che ogni passo si riempiono la bocca di Grecia e Magna Grecia. Le Olimpiadi dei Greci, iniziate nel 776 a. C., erano eminentemente un fatto politico nel senso più nobile del termine, di manifestazione del prestigio della polis, che significa comunità. Gli atleti vincevano per la stirpe e per la città, e al ritorno venivano accolti con la massima solennità, e i più grandi poeti composero inni per loro: Pindaro, Bacchilide… Alcuni atleti, quali Filippo di Crotone ed Eutimo di Locri, ricevettero culto come eroi nel senso di figure divinizzate.

 Ora serve qualche riflessione. C’è davvero una gioventù italiana degna di questo nome, e capace di trionfare; e capace perciò, nella vita quotidiana, di affrontare impegni e sacrifici e disciplina e voglia di vincere. C’è, se i numeri sono numeri.

 Perché me ne meraviglio? Giacché per lunghi, per troppi anni è stato presentato, persino esaltato, il modello dell’italiano mediocre, furbetto, arruffone, affarista, machiavellico della domenica, e goffo, bruttino, fallito per nascita ed educato al fallimento come finalità dell’esistenza. Non essere così, essere migliore veniva bollato per trionfalismo, per arroganza, per una specie di peccato.

 A scuola, guai a studiare con piacere e per il gusto di conoscere, guai a prendere voti alti: sei politico, poi divenuto, ultimamente, cento e lode politico, che non si nega a nessuno, e perciò non vale niente.

 In cambio della vita, è stato proposto un edonismo piccolo, piccolissimo borghese, fatto di “divertimento” in genere insulso, e di sesso… parlato! Il tutto, meglio se con qualche turba psichica, che fa tanto, ma tanto intellettuale di grandissimo successo, e giù il Premio Frittola.

 A proposito: film, tv, romanzi e quelle cose ogni tanto a capo che ingiuriano poesia, tutto ispirato a qualche pessimismo generico e mai precisato di che natura, a qualche presunta angoscia, anche generalmente contrastante con l’aspetto pacioso e bonario del disperato autore e regista. Tracce dei temi in classe? Una qualsiasi disgrazia sociale o ecologica: alle disgrazie etologiche, troppi prof non ci arrivano. I ragazzi si portano da casa il tema già copiato, tanto è la stessa traccia che diedero alla mamma.

 Ecco, se uno legge (quod Deus avertat) un simile testo o vede un tal film, si fa l’idea che l’Italia sia una terra di malati e dementi e mantenuti e panciafichisti e depressi. A Tokyo, pare non sia così.

 Bene. Servono più atleti e meno divertaioli; più studenti saldi e forti e curiosi, e meno temi piagnoni; serve più lingua italiana e meno anglicismi con pronunzia dialettale; serve la conoscenza profonda della storia italiana e meno luoghi comuni copiati da storici francesi. In fondo, ragazzi, tutti gli altri popoli messi assieme, Greci inclusi, non hanno manco il 30% della nostra scombinata e gloriosa storia italiana. Vale anche per quella calabrese, che, esclusi i presenti, non l’ha mai sentita nominare nessuno.

 Serve più orgoglio nazionale. E sapete che vi dico? Che se si diffonde l’orgoglio nazionale, molto più facilmente anche l’elettore italiano, quando verrà avvicinato dal politicante segaligno e lestofante, sarà portato a cacciarlo via, sorridendo a bocca piena e a pedatoni dove non dico e l’avete capito. E magari troviamo anche governanti degni dell’Italia.

 Vedete, amici, il valore etico e politico dell’atletica?

Ulderico Nisticò