Tommaso Campanella

Sarebbe un anniversario della nascita del Campanella (Stilo, 1568), e non fatico a immaginare che la Calabria se ne impiperà rotondamente come di s. Francesco, Giglio, s. Nilo, Telesio, il 1806 eccetera… Normale, in una Calabria del genere; e in cui le attività culturali della Regione sono meno di zero; e le università distribuiscono carta da posti fissi, senza la minima provocazione. E già, Campanella mica è lo sbarco di Ulisse: allo sbarco di Ulisse, il vicepresidente Viscomi non mancò!

Ovvio, in Calabria, e mi sono anche stancato di farlo notare. Sono molto più preoccupato del pochissimo che si dirà, a proposito del filosofo. Sarà pochissimo, ma anche sbagliato.
Cominciamo a informare i lettori che il Campanella è l’autore della “Metaphysica”, e di vari altri scritti di profondo valore filosofico. Come tutti i pensatori della linea platonica, e lo stesso Platone, affida la sua riflessione a modi dialettici, spesso dialogici, e non a modi sistematici. Non è nemmeno agevole riassumerlo, un pensiero così articolato.
Telesiano, il frate domenicano si oppone al “tiranno delle menti”, cioè allo schematismo aristotelico, e si affaccia con stupore di teologo e filosofo e poeta all’intuizione della complessità del reale, che chiama “magia”, e che forse può essere ammirato con l’intelletto e con il cuore, non analizzato e definito: è troppo più grande dell’uomo.

Apre così la grande stagione dell’idealismo, che trionferà con Fichte, prima di finire razionalizzato da Hegel e addomesticato dal Croce; per tornare in qualche modo con Gentile.
È platonico quando, come s. Agostino e come s. Tommaso Moro, accarezza l’utopia della “Città del sole”, un mondo governato dalla filosofia, come la platonica “Politeia”.
E, come tutti i platonici genuini, voleva anche realizzare i suoi sogni, e realizzarli lui stesso, in vita. Il grande ateniese scelse malissimo l’obbiettivo, la ricchissima e corrottissima Siracusa, e finì fatto schiavo. Il Campanella tentò una sua molto approssimativa rivoluzione, e scelse anche peggio, affidandosi a una banda di sovversivi e tagliagole, che per opporsi al Regno e alla Spagna avevano avuto la bella pensata di rivolgersi ai Turchi! Dio remuneri il viceré Lemos, che intervenne prontamente.

Condotto prigioniero a Squillace, poi processato, Campanella visse 27 anni in carcere, dove poté leggere e continuò a scrivere libri: uno di questi è “Apologia pro Galileo”, e basta il titolo a capire che era una galera dalle maglie larghissime. Già, se avessero voluto… Liberato, passò a Roma, dove Urbano VIII era in conflitto con la Spagna, e consigliò al Campanella di andarsene a Parigi; vi morì nel 1639.
Tommaso è anche il più grande poeta italiano non marinista del XVII secolo. Usa, nella poesia, un toscano essenziale rinvigorito da qualcosa di calabrese, non dico nella forma ma nel maschio tono; espone il suo pensiero anche in versi; introduce nella poesia italiana la metrica grecolatina, come farà, due secoli dopo, il Carducci con la lirica “barbara”.
Ecco un esempio di distico elegiaco nella penna del Campanella:

Musa latina, è forza che prendi la barbara lingua:
quando eri tu donna, il mondo beò la tua.

C’è dunque abbondantissima materia per celebrare e studiare a fondo il filosofo e poeta, in questo 2018. Siccome sono convintissimo che, a parte un convegno eremitico di noiosissimi specialisti del nulla, e dalla ricaduta niente, e a parte qualche matto che gli attribuirà pataccosi intenti “sociali” da campagna elettorale, di Campanella non importerà niente a nessuno; e con lui di Stilo; io, oggi ho fatto il mio dovere per i lettori di Soveratoweb e altri.
Ah, per quelli che hanno l’infantile tendenza alle vanterie, il Meridione d’Italia un vero primato ce l’ha sul serio, ed è proprio quello della filosofia. Siccome non è festa di paese e non frutta contributi, e non è cosa che ogni arruffone tiene un comizio, resta ignoto.

Ulderico Nisticò