Il confine sottile tra il diritto all’autodeterminazione e il dovere di cura è tornato a scuotere le corsie del Policlinico Umberto I. Un chirurgo ha scelto di ignorare il rifiuto di una paziente Testimone di Geova, sottoponendola a una trasfusione di sangue vitale durante un delicato intervento d’urgenza. La donna è salva, ma per il medico potrebbe aprirsi una battaglia legale con l’accusa di violenza privata.
L’emergenza e il bivio etico
La protagonista è una donna di circa 40 anni, ricoverata d’urgenza per gravi complicazioni legate a un precedente bypass gastrico. Le sue condizioni sono apparse subito critiche: senza un intervento immediato e il supporto di sacche di sangue, le probabilità di sopravvivenza erano minime.
Tuttavia, la paziente è stata categorica: in quanto Testimone di Geova, il suo credo religioso le impone il divieto assoluto di ricevere emotrasfusioni, considerate una violazione della sacralità della vita secondo i precetti biblici. Un rifiuto che, per i fedeli, resta fermo anche di fronte alla prospettiva della morte.
Il consulto con il PM e la decisione
Davanti al diniego della donna, il chirurgo ha cercato una sponda legale contattando il Pubblico Ministero di turno. Nonostante l’avvertimento sui rischi giudiziari derivanti dal violare la volontà della paziente, il medico ha deciso di procedere seguendo il principio del “male minore” e il Giuramento di Ippocrate.
L’operazione è tecnicamente riuscita e la quarantenne è ora fuori pericolo. Tuttavia, il successo clinico non cancella il nodo giuridico: aver agito contro la volontà espressa della paziente configura un potenziale illecito.
Il quadro legale: Autodeterminazione vs Salvezza
La giurisprudenza italiana, supportata dall’Articolo 32 della Costituzione e dalla Legge 219/2017 (Consenso Informato e DAT), è chiara:
Ogni individuo capace di intendere e volere ha il diritto di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario.
Il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente se questa è espressa in modo consapevole e documentato, anche quando tale scelta porta a esiti fatali.
”Se la volontà della donna fosse stata formalizzata correttamente tramite le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), il chirurgo potrebbe ora essere indagato per violenza privata,” spiegano gli esperti legali.
Cosa succede ora?
Se la paziente decidesse di sporgere querela, il caso diventerebbe un precedente significativo. Il tribunale dovrebbe stabilire se lo “stato di necessità” del medico possa prevalere sul diritto alla libertà religiosa e all’autodeterminazione terapeutica.
Mentre la donna recupera le forze, resta aperto il dibattito: può un medico essere punito per aver scelto la vita al posto della fede?