Tragedia a Catanzaro, il silenzio che chiede il conto


La tragedia che ha colpito Catanzaro rivela il volto fragile di una comunità che non ha saputo riconoscere il dolore, ascoltare le fragilità, accompagnare chi chiedeva aiuto. Il silenzio che abbiamo lasciato crescere è diventato una responsabilità condivisa, che oggi si intreccia con la sofferenza di Maria Luce, del padre rimasto solo, e di queste vite spezzate.

Quanto accaduto di tragico a Catanzaro è il segno di una comunità ecclesiale e civile che non riesce più a fronteggiare la sofferenza.
Non abbiamo saputo vedere, non abbiamo saputo ascoltare, non abbiamo saputo accompagnare.

E quando il dolore resta senza voce, quando le fragilità non trovano una mano tesa, il silenzio ritorna e presenta il suo conto a tutti noi.

Oggi questo dolore si intreccia con quello di Maria Luce, la piccola che lotta tra la vita e la morte, e con la sofferenza del padre rimasto senza la sua famiglia.

Non servono parole gridate, ma un soccorso immediato, una vicinanza reale, una preghiera che non sia evasione ma responsabilità.

Perché una comunità che non sa proteggere i suoi figli, che non sa sostenere chi cade, che non sa accorgersi di chi chiede aiuto, è una comunità che deve fermarsi e guardarsi dentro.

La nostra è una comunità che, troppo spesso, non riesce a fronteggiare la sofferenza non perché manchino le parole, ma perché manca il coraggio di usarle quando servono davvero.
Abbiamo preferito il quieto vivere all’ascolto, la prudenza alla vicinanza, la distanza alla responsabilità.

E quando il dolore non viene accolto, quando le ferite non vengono guardate, quando le domande restano senza risposta, il silenzio si trasforma in una forza che ritorna e presenta il suo bilancio.

Questa tragedia non è solo un fatto individuale: è lo specchio di una comunità che non ha saputo essere rifugio, che non ha saputo leggere i segnali, che non ha saputo farsi prossima.

Il dolore ignorato diventa un grido.
La solitudine non ascoltata diventa una colpa condivisa.
Oggi quel silenzio ci chiede il conto.

E noi abbiamo il dovere di guardarlo in faccia, senza difese e senza alibi, per ricostruire una comunità capace di ascoltare, di prevenire, di accompagnare.
Una comunità che non si abitui mai più alla sofferenza dei suoi figli.
Una comunità che risponda non con l’ennesima rimozione, ma con un impegno nuovo: ascoltare, prevenire, accompagnare.

Per Anna e i suoi bambini.
Per Maria Luce.
Per il marito che porta un dolore indicibile.
Per tutti coloro che non hanno trovato una comunità capace di essere rifugio.

Paolo Marraffa