Tragedia Pineta di Satriano: “Non ci può essere solo silenzio e cordoglio”

Dinanzi ad un fatto tragico come quello accaduto nella montagna di Satriano non ci può essere solo il cordoglio; perché se e’ necessario e dovuto il dolore e la partecipazione al lutto della famiglia, degli amici e di un’intera comunità; e’ invece ingiusto ed indebito il silenzio omertoso invocato come sempre in Calabria in circostanze come queste che mettono sotto accusa l’intera sfera pubblica: il silenzio che rende falsa la partecipazione al dolore ed e’ offensivo per la vittima alla quale non rende nessuna giustizia, perché intende far passare come semplice fatalità una morte che ha cause e responsabilità gravi ed evidenti sul piano politico ed amministrativo.

Non può esserci silenzio per una morte che è l’emblema del sottosviluppo in cui è precipitato negli ultimi trent’anni la montagna di Satriano e la Calabria intera. Non può esserci silenzio per chi ha ridotto la risorsa più bella ed importante del paese in un luogo inaccessibile, quando 40 anni fa c’erano decine di strade e centinaia di sentieri puliti.

Non ci può essere silenzio per chi l’ha trasformata in un posto inospitale, una terra di nessuno invasa dalla vegetazione e perseguitata dagli incendi, quando prima era la metà della gita quotidiana di ogni Satrianese e non solo. Nessun silenzio per chi ha reso il luogo ameno, delle mangiate e dei funghi , in cui ci siamo cresciuti, in una terra di cani randagi noti e presenti sul territorio da tanti anni.

Nessun silenzio per chi a livello locale e regionale sottopone da sempre la montagna a sistematica distruzione, insieme alle strade ed ai sentieri che non esistono praticamente più. Tutte cose evidenti da anni e sotto gli occhi di tutti, ma avvolti appunti nel silenzio omertoso.

Chi amministra un Comune deve avere rispetto del territorio e cura delle persone che lo abitano; non deve invocare silenzio ne’ girarsi dall’altra parte dinanzi ai problemi noti che esistono da 30 anni. Solo la vergogna questo si’ che bisognerebbe invocare.

Roberto Riverso