“Tu pari u cavarhu e Focà”

Affreschi bizantini di Sant’Andrea A. I.

Due riflessioni preliminari. La prima è metodologica: usi, tradizioni e dialetto popolari non si studiano mai in maniera accademica, e magari “somministrando un questionario”, bensì chiacchierando del più e del meno e cenando e ballando, e intanto tenendo gli occhi aperti e le orecchie tese, ma senza farlo vedere. Fu così che l’altra sera ho sentito questa curiosa e interessantissima espressione.

La seconda, come vedrete, riguarda i Bizantini. Se voi al 90% degli istruiti calabresi dite “Bizantini”, vi rispondono subito “Basiliani”, monaci, tutti monaci, seicento anni di monaci. Poco casti, allora, se per seicento ani furono tutti monaci, però io mi chiamo Nisticò e mezza Calabria si chiama Macrì, Condò eccetera!!!

Non fu così, ma dal 553 al 1060 la Calabria fece parte dell’Impero d’Oriente, con il suo vasto apparato di governanti, vescovi, preti, funzionari, militari, nobili, agricoltori, pastori; e con i contadini soldati di cui diremo tra poco. È per questo che il 20% del dialetto contiene parole greche; e molto più alta è la percentuale di toponomastica, onomastica e agiografia. A scanso di equivoci, in questo non c’entra quasi nulla la Magna Grecia, che già Cicerone ai suoi tempi chiamava “deleta”, distrutta.
Premesse necessarie per capire la mia curiosità, quando ho sentito quel detto “Tu pari u cavarhu e Focà”, da un amico di Borgia, che mi è stato confermato da uno di Squillace; e Giuseppe Sestito, buon ricercatore, ha rintracciato una leggenda. Vediamo i termini del problema:

– Focà è la forma greca di quello che è più comunemente, oggi, Foca.
– San Foca è il patrono di Francavilla Angitola, un tempo, badate bene, Rocca Nicefora: ne restano tracce;
– Focà è una frazione di Castelvetere – Caulonia;
– San Foca è una località del Salento;
– Veniamo alla storia. Nei secoli VIII e IX, l’Impero aveva perso, per l’invasione araba, le province africane e asiatiche, e difendeva a stento l’Anatolia. Presa la Sicilia, gli Arabi stabilirono in Calabria degli “emirati” ad Amantea, S. Severina, Tropea, forse anche Squillace. Inizia intanto, con la dinastia detta macedone, la rinascita politica e militare dell’Impero; e, per quel che ci riguarda, l’ammiraglio Nasar batte gli Arabi sullo Stretto, e l’esercito li caccia dalla Calabria.
– Comandava le truppe il generale Niceforo Foca. Questi, di famiglia militare, continuerà poi le sue gesta anche in Oriente, e si vuole morisse nel 900. Era celebre anche per il suo coraggio personale.
– La leggenda riferita da Sestito vuole, infatti, che morisse combattendo per troppa irruenza, lanciando il suo cavallo.
– Lo colloca ai tempi di Basilio II, che però è alquanto posteriore. Può darsi si tratti di una fusione tra diversi Foca, antenati e discendenti del nostro. Un fenomeno comune, se si pensa a Carlo Martello fuso, nei poemi cavallereschi, con il nipote Carlo Magno.

Un pronipote del generale Foca, Niceforo II, regna dal 961 al 969, e in questo non lungo lasso di tempo compie atti di grandissima rilevanza:

– Trova un accordo con il rinato Impero d’Occidente, dando la figlia Teofano in sposa ad Ottone II;
– Rende giustizia ai contadini che avevano subito violenze dai grandi proprietari. È un’intenzione schiettamente nazionalpopolare, perché dai contadini soldati intende creare un sostegno politico e armato all’Impero;
– Invia colonie in Italia, e, come viene tramandato dagli antichi storici calabresi, emana l’ordine “ascendant ad montes”, cioè organizza quella cintura di “kastellia”, tutti ben visibili uno dall’altro e vicini, e fortificati e ben difesi da gente di fegato: sono i nostri paesi collinari. Leggete il mio saggio su “Vivarium Scyllacense” di Squillace, poi pubblicato su “Medioevo in guerra” di Roma. Il sistema resse bene contro gli Arabi, poi tornò a funzionare contro i Turchi.

Insomma, ci sono elementi sufficienti per trovare di grande rilievo l’espressione; tanto più interessante quanto più genuina, e in bocca a persone cui non è mai giunta notizia di tutto quanto sopra; e non è dunque una leggenda dotta tipo sbarchi di Ulisse, generalmente campati in aria. Le leggende popolari, insegna il Vico, sono sempre frutto di qualche verità storica.

Sarebbe ora di recuperare la storia della Calabria nei seicento anni in cui fu politicamente romea (bizantina), e di cui rimase e rimane traccia visibile: santi, toponimi, cognomi, dialetto… E arte, sia pure a stento sfuggita a terremoti e incuria umana. Ne diamo un saggio con la chiesetta del Campo di S. Andrea.

Ulderico Nisticò

 

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