Turismo cinese in Calabria?

Non vi viene da ridere che la Germania incassi un mare di soldi cinesi, e si lamenti se ne vuole un poco anche l’Italia? Lo stesso per la Francia. E se Francia e Germania non sono d’accordo, vuol dire che conviene all’Italia! Ben venga, dunque, la Via della seta: con prudenza, come si fa sempre in politica estera; ma evviva. Ora vediamo se anche la Calabria ne può ricavare qualcosa.

Si parla di investimenti per un grande porto a Palermo. E Gioia Tauro? Se dopo quarant’anni è in cachessia, la colpa non è certo della Cina o dei Marziani, è tutta nostra, dei Calabresi.
La Sicilia venderà arance alla Cina; anche la Calabria produce agrumi, ma non sono tanti da sollevare la nostra economia. Che possiamo vendere anche noi, ai Cinesi? Turismo, se lo sapessimo fare come si deve.

Che noi non sappiamo fare, detto in generale, turismo è sotto gli occhi di tutti: quasi solo bagni di mare, e di breve durata; e gran parte, in nero.
Proviamo ad immaginare un turismo serio con clienti cinesi. Prima di tutto, facciamo l’analisi della potenziale clientela, se vogliamo puntare sulla Cina.
I Cinesi sono da millenni un popolo confuciano e colto. Se questo sia stato per loro un vantaggio o un peso ed eterno fattore di immobilità, ognuno la pensi come vuole, ma è così. Lo stesso oggi, quando il confucianesimo viene presentato come comunismo: ma è lo stesso. Confucio insegna due cose: la disciplina sociale, e il lavoro: entrambe le cose, senza mai troppo spirito d’iniziativa.

Sotto l’Impero, l’immenso territorio era governato da un ceto di “mandarini”, severamente selezionati attraverso l’istruzione: per essere promossi a tale grado, bisognava saper leggere ottomila (8.000!) segni grafici. Anche oggi, un normale giornale cinese ne richiede duemila. Le pubbliche virtù potevano essere accompagnate da piaceri e vizi privati, però privati. Oggi i mandarini sono selezioni da una cosa che si continua a chiamare comunismo.

Il popolo di contadini e artigiani lavorava sotto la protezione del Cielo e dell’imperatore. Cosa fosse questo Cielo, o Tao, non era una preoccupazione molto pressante: il Cielo! Oggi, il Partito Comunista, ma nessuno si stupisce che ci siano comunisti miliardari e comunisti sottopagati: è sempre il volere del Cielo!
A noi servono quei Cinesi che, senza per questo violare il Cielo (confuciano o comunista!) e i suoi voleri, vengano a fare le vacanze in Calabria; e paghino adeguatamente.

Vorranno anche fare i bagni, immagino; ma essendo, generalmente parlando, istruiti, vorranno anche conoscere la storia, l’archeologia, l’arte, le tradizioni della Calabria. E spero per loro che non incappino in Italo vegano, sbarchi di Ulisse, bizantini monaci e altre bufale.
Lo stesso per i predicozzi antimafia, che già fanno scappare i nativi, me in testa, figuratevi i turisti paganti!
Abituati alla loro cucina, forse ameranno la nostra: basta non cercare di rifilare loro soppressate fasulle e pesci congelati! Questa robaccia, a Pechino, ce l’hanno già.

Nota importante: i Cinesi stanno insistendo sui mari e sui porti, piuttosto che sugli aeroporti; ecco un’occasione per fare di Gioia Tauro un porto vero e utile al territorio, e non solo un sistema di gru senza manco un bar per prendere il caffè!

Chi deve fare queste belle cose?

– Il Governo;
– [ci sarebbe anche la Regione, ma non me ne fido manco un poco];
– i Comuni;
– gli operatori turistici internazionali, nazionali, calabresi; servono professionisti, non entusiasti e arruffoni;
– la cultura, quella vera, non gli amici degli amici di Africo e della nuova narrazione che mai nessuno vide e nessuno vedrà.
Chi NON deve intervenire, in questa faccenda?
– Avventurieri degli ombrelloni;
– albergatori dei 15 gg.;
– ristoratori arrangiati;
– calabromani e ogni altra genia di chiacchieroni.

Tranquilli, amici di Liguria, Veneto, Romagna, Toscana, Sardegna e Sicilia: le mie sono solo fantasie, e la Calabria, questa Calabria, non sarà certo capace di fare politica mondiale e diventare vostra concorrente con i turisti cinesi. Che peccato che sia così.

Ulderico Nisticò

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