Turismo prolungato? Proviamoci, ma sul serio

 Mi è stato raccontato che a Soverato è giunta, quasi all’improvviso, una robusta comitiva di turisti settentrionali, auspici la Proloco e il Comune; e che, nonostante la serata fredda e piovosa, essi hanno molto apprezzato l’accoglienza, il commento e la passeggiata fino ad ora tarda; e, nel complesso, la città.

 E mi dicono che, particolare assai rilevante, l’unico negozio coraggiosamente aperto è stato letteralmente saccheggiato; e se altri fossero stati disponibili a un orario dopo cena, del saccheggio avrebbero beneficiato anche loro. Si trattava infatti di signori quasi tutti nell’età, e, da quanto è apparso, in ottime condizioni finanziarie, e quindi, dicono, dispiaciuti di non aver potuto spendere.

 E mentre ascolto questa narrazione, ripeto a me stesso, e tante volte l’ho scritto e detto, che questo, e non altro, è il turismo che vorrei per la Calabria e per Soverato, e non i quindici giorni di chiasso e di ragazzini scatenati e senza soldi, e di bagnanti e basta: quello che noi chiamiamo turismo, e non tanto lo è.

 E questo sarebbe il famoso prolungamento, una parola magica che in Calabria circola da mezzo secolo, e rimane parola senza effetto pratico. È ovvio, infatti, che il prolungamento della stagione non si può fare, d’autunno, con i ragazzi e con i vacanzieri balneari, e che bisogna cercare altra clientela.

 Esiste, eccome, un’altra clientela. La demografia ci assiste, del resto: l’Italia è ormai zeppa di persone di mezza età e danarose, e scarsa di Vitelloni divertaioli a costo quasi zero; i pochi giorni d’agosto portano poco denaro e a pochi, e, quello che m’interessa, generano pochissimo e brevissimo lavoro e indotto; e il 25 agosto, tanti saluti a tutti. Ripeto che, da quanto mi hanno raccontato, se i negozi del corso avessero avuto la fantasia di aprire, avrebbero incassato in una sera più che in tutta l’estate! Un paradosso? Ma no, una banale lezioncina di economia: settanta persone cariche di soldi rendono, in un’ora, più di settecento in una settimana, se con la tasca leggera come il pastore di Virgilio al ritorno della città. Non ve ne venite con moralismi pauperistici: io sto parlando di economia e di lavoro, non di accoglienza sfaccendati. Ci sono spiagge semideserte per incuria delle comunità locali: usiamole.

 Da quello che ho saputo, quei settanta sono ospitati in qualche villaggio turistico, in aree del Golfo dove, a parte dormire mangiare bagnarsi, il territorio non offre quasi nulla; mentre Soverato, e quelli se ne sono accorti, ha la validissima caratteristica di non essere una “località turistica” (artificiale tipo Copanello, per capirci) ma una città di flusso e di servizi, che offre moltissimo di più di mare e pseudodiscoteche; e può offrirlo tutto l’anno.

 Se dunque la Calabria e Soverato puntassero su questa clientela di qualità, potrebbero lavorare sei e otto mesi. Mi pare però ovvio che una tale clientela non può convivere con un certo chiasso ferragostano; e con l’interesse oggettivo a chiudere baracca a fine agosto.

C’è una regola ben nota, o che dovrebbe esserlo: il turismo cattivo scaccia quello buono. Chissà se, cambiando politica, non si debba verificare il contrario, cioè che il turismo buono scacci quello cattivo?

Ulderico Nisticò