Un caso di droga nel 186 a. C., a Roma

Faccio ammenda della fretta, o piuttosto dell’entusiasmo di aver creduto ci siano ancora giovani di valore pronti a battersi per difendere la propria donna. Era solo una squallida vicenda di droga e soldi.

Emerge – solo dopo il morto – che a Roma sono note trenta (30!) piazze di spaccio, e chissà quante minori. Se ne accorgono solo ora; e si accorgono della droga nella capitale! Congratulazioni a tutti i governi e prefetti e questori e sindaci eccetera.

“O tempora, o mores”, griderebbe Cicerone nel 63 a. C.; e certo non ignorava cos’era avvenuto, nella stessa Urbe, nel 186. Lo narrerà, con dovizia di particolari, Tito Livio.
Anche in questo caso, sono tutte faccende squallide. Una vedova ricca e il suo amante volevano eliminare il figlio di lei e godersi i soldi. Non è facile, ovvio: e pensarono a un trucco piuttosto astuto, affiliare il ragazzo ai culti di Dioniso detto anche Bacco, e sperare che morisse di orge e overdose.

Non vi stupite. I Lotofagi dell’Odissea si drogano alla grande, e alcuni marinai di Ulisse avevano deciso di prendere la cittadinanza della turpe isola, se il figlio di Laerte non li avesse catturati a forza. Il re Penteo vorrebbe vietare i culti di suo cugino Dioniso, che lo fa uccidere orribilmente dalle Baccanti guidate dalla madre del re e zia del dio.
“Nihil sub sole novi”.

Torniamo all’omicidio differito. Il ragazzo aveva un’amante, ex schiava di famiglia, e rimasta affezionata. Questa, per farla breve, rivelò la tresca; il console, interrogatela in presenza di sua suocera (“noi Romani comandiamo al mondo intero, e le nostre donne comandano a noi”, dirà in senato Catone), capì la situazione; ordinò una retata, e arrestò alcune centinaia di uomini e donne che praticavano i culti dionisiaci in modo palesemente laico!!!
Riunito d’urgenza il senato, entrambi i consoli così decretarono:

– I consoli Quinto Marcio figlio di Lucio e Spurio Postumio figlio di Spurio interpellarono il senato le None di Ottobre nel tempio di Bellona. Furono assistenti alla compilazione Marco Claudio figlio di Marco e Lucio Valerio figlio di Publio e Quinto Minucio figlio di Caio.
A proposito dei Baccanali dei federati, [i consoli] hanno proposto che si decretasse così: nessuno celebri il Baccanale; e se ci sia chi affermi aver obbligo religioso di conservare un Baccanale, si presentino in Roma al pretore urbano, e dopo che sia stata ascoltata la loro dichiarazione, decida il nostro senato purché non siano presenti meno di cento senatori quando la questione sarà trattata. Non si unisca alle Baccanti nessun cittadino romano o di diritto latino o alleato, se non si siano presentati al pretore urbano, ed egli lo abbia autorizzato a seguito di una sentenza del senato purché non siano presenti meno di cento senatori quando la questione sarà trattata. [I senatori] hanno approvato. [I consoli hanno proposto che si decretasse così:] che nessun uomo funga da sacerdote; né uomo né donna funga da maestro; né si tenga denaro in comune; né si tollerino che uomo o donna ricoprano magistrature cariche o funzioni di cariche; né in seguito si uniscano con giuramento o voto o patto o promessa né si scambino reciproco impegno. Nessuno compia cerimonie sacre in segreto né cerimonie in pubblico né in privato né fuori della città, se non si presentino al pretore urbano, ed egli lo abbia autorizzato a seguito di una sentenza del senato purché non siano presenti meno di cento senatori quando la questione sarà trattata. [I senatori] hanno approvato. Nessuno compia cerimonie sacre in più di cinque persone in tutto, uomini e donne, e non v’intervengano più di due uomini e più di tre donne, se non per sentenza del pretore urbano e del senato, come di sopra è scritto.

[I consoli ordinano] che pubblichiate queste cose nell’assemblea per non meno di tre giorni nundinali, e perché siate a conoscenza del decreto del senato, la sentenza è stata di tal tenore: se qualcuno agirà in difformità di quanto è sopra scritto, [i senatori] hanno decretato la pena di morte; e il senato ha ritenuto giusto che incideste ciò in una tavola di bronzo, e ordiniate che sia affissa dove più facilmente può venire conosciuta, e che se ci sono altari baccanali facciate che siano rimossi, eccetto qualche rito sacro come sopra è scritto, entro dieci giorni da quanto vi saranno state consegnate le tavolette. –

Livio non riferisce il testo, che però ci è stato restituito da un ritrovamento avvenuto a Tiriolo nel 1640 (o 1638?). La “Tabola” venne subito letta e trascritta dai dotti calabresi del tempo (Tiriolo, non ancora uscita di senno con gli sbarchi di Ulisse, ne contava molti); ma finì a Vienna, data in dono dal principe Cicala all’imperatore Carlo VI, dal 1708 al ’34 anche re di Napoli.
Qualche moderno in vena di sociologicume marxiano tirerà fuori la fandonia che il decreto fosse una bieca manovra repressiva antiproletaria, antifemminista e antimeridionale. E invece:

– lo scandalo avvenne a Roma, dove, dirà Tacito, “si raduna quanto di peggio c’è nell’Impero”;
– i baccanti romani erano nobili e ricchi;
– le orge sono bisessuali… e altro;
– il decreto è valido per tutta l’Italia a qualsiasi titolo romana; il ritrovamento a Tiriolo è un puro caso;
– non sono vietati i culti di Bacco in senso religioso, ma le relative orge a colpi di funghi allucinogeni e altro;
– se il decreto abbia sortito davvero la desiderata efficacia, lo sanno solo gli dei dell’epoca.

Stampato in bronzo, il decreto venne inviato dovunque, aggiungendosi una specie di indirizzo: nella nostra, “In territorio Teurano”.
Ultima nota, per gli specialisti. Il testo è in un latino arcaico e burocratico, assai curioso per i latinisti. Per eccitare la curiosità, vi dico solo che il genitivo di “senatus” è “senatuos”, e l’ablativo di “sententia” è “sententiad”.
Se volete saperne di più, chiedete.

Ulderico Nisticò