Un esercito europeo?

 Siccome il mondo intero (tranne Biden, ma non conta) ha preso atto che USA, NATO e Occidente in generale hanno maturato in Afghanistan una figura di che non dico; ieri, 29, succede che qualcuno, in una occasione ufficiosa e quasi ufficiale, parla dell’ipotesi di un esercito europeo. Cado dalle nuvole, ma, facendo violenza a me stesso, prendo un momento sul serio la proclamazione, e traduco le parole in un’analisi di polemologia.

 L’Europa che si definisce Unita ma non lo è tanto, ha già delle forze armate nazionali; la Francia, in modo notevole, e con armi atomiche. Ma, grazie a Dio, non è di questi ordigni nucleari che abbiamo bisogno, nelle attuali circostanze, bensì di forse potenti e agili. Se l’Europa – faccio per dire! – decidesse di intervenire in Afghanistan, non servirebbero né bombe all’uranio né portaerei né divisioni corazzate, ma reparti bene organizzati e in grado di affrontare corpo a corpo il nemico. Non c’è niente da bombardare, laggiù, non industrie non città non ferrovie: ci sono nemici da combattere l’uomo contro l’uomo. Ovviamente, serve una non meno potente logistica, e qui giovano aerei e navi; ma non sul terreno.

 Basti l’esempio. Ora, un esercito è fatto di persone, oggi uomini e donne (e niente ha mai provato che le donne, se schierate e armate, siano da meno e meno combattive dei colleghi maschi: alla faccia del femminismo!); le persone vanno selezionate, addestrate e motivate. Soffermiamoci su questo, sulle motivazioni. Se si comincia a blaterare che siamo in “spedizione di pace” e con “regole d’ingaggio” manco i soldati fossero camerieri e cantanti, l’esercito ha già perso, in quanto poco motivato, anzi quasi sconsigliato a combattere. Se si va in Afghanistan, bisogna fare così: aspettare che i taleban formino un governo qualsiasi; riconoscerlo ufficialmente; e subito dopo dichiarare guerra a tale governo afghano. Da allora, siamo in guerra, e, come dicono a Parigi, à la guerre comme à la guerre; e la guerra, a parte delle antichissime regole di lealtà, ha solo la regola di vincerla.

 Ma l’articolo 11? Leggetelo con attenzione, e scoprite che non sta scritto “l’Italia ripudia la guerra” in astratto, bensì “come risoluzione delle controversie internazionali”; mentre lo stesso art. prevede che l’Italia partecipi ad azioni varie con organismi eccetera. E comunque ci viene in soccorso l’art. 52, “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. E si sa che la migliore difesa è l’attacco.

 L’Europa ha tutto per delle forze armate. Solo che, dal 1942, gli Occidentali sono stati comandati da generali statunitensi, il che, paradossalmente, risolveva, anzi non poneva il problema. Oggi, ve le immaginate le liti?

 Oppure, chissà se un esercito comune e una guerra comune potranno provocare una reazione a ritroso, e mettere assieme un governo comune sul serio, e non i burocrati di Bruxelles che misurano la circonferenza delle mele e i centimetri dei cetrioli?

 Fine, per ora, della breve lezione di polemologia. Ora vediamo se si concretizza qualcosa, cioè un esercito combattente e non di parole e di parata; combattente, non recante caramelle.

Ulderico Nisticò