Un ponderato giudizio su Murat

Gioacchino Murat fu messo a morte a Pizzo il 13 ottobre 1815. Era stato uno dei figli della fortuna della rivoluzione francese, e, valoroso cavalleggero, aveva compiuto una rapida carriera militare nei caotici ma invincibili eserciti repubblicani e “sanculotti”; contribuendo fattivamente al colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre) 1799, che diede il potere dittatoriale al cognato Napoleone Buonaparte (francesizzato in Bonaparte). Questi, dopo aver salvato la Francia dai disastri economici e finanziari giacobini e termidoriani, non meno gravi di quelli monarchici, tentava un accordo con l’Europa, e in particolare con Londra. Nel 1804 si proclamò “Imperatore della Repubblica Francese”, poi solo Imperatore senza più repubblica; e Re d’Italia; Murat, anche lui tornato monarchico, venne creato Granduca di Berg e altro.

Divampata nel 1806 la guerra, un esercito francese sgominava i Napoletani a Campotenese, sebbene subito dopo la Calabria si sollevasse in armi contro l’invasore. Napoleone creava Re di Napoli il fratello Giuseppe; ma nel 1808 lo trasferiva in Spagna; e a Napoli inviava Murat.
Una riflessione di profonda natura storiografica. Napoleone, oltre ad essere una mente politica senza dubbio più di quanto sia stato uno stratega (Russia, Lipsia e Waterloo furono rovinose sconfitte), conosceva bene la storia europea. Ebbene, direttamente alla Francia annesse Torino, Genova, Firenze e la stessa Roma; si incoronò Re d’Italia; ma rispettò l’identità politica del Meridione, con un sovrano autonomo sia pure, nelle sue intenzioni, vassallo; e tenne fede ai trattati del 1737, che vietavano ogni unione tra Napoli e la Spagna. Murat si proclamò Re delle Due Sicilie, ma l’isola era in mano alla flotta inglese.
Ambizioso e non sentendosi inferiore all’imperiale affine, Gioacchino mostrò subito intenti d’indipendenza. I suoi problemi erano: la minaccia britannica, ma riuscì a riconquistare Capri; la grande rivolta calabrese, che durò fino al 1812 (la narreremo un’altra volta); le ingerenze di Napoleone. Aveva bisogno di un sostegno politico, e lo cercò nell’aristocrazia e borghesia meridionali. I nobili, nel 1806 erano stati liberati dai medioevali pesi e impicci e riti dei feudi, e i loro elementi migliori videro nell’esercito l’occasione per affermarsi: ed ecco i Florestano e Guglielmo Pepe, gli Arcovito, gli Ambrosio, i Rosarol, i Colletta, il “nostro” Carlo Filangieri. La borghesia si arricchì, e si fece nobilitare, attraverso la facile acquisizione delle terre ecclesiastiche, che costituirono quei latifondi spacciati poi per medievali, e per antichi cavalieri crociati i loro avi che non avevano mai sentito nominare la Terra Santa! Si aprirono ai borghesi le carriere burocratiche.

Le condizioni dei contadini, nel Meridione come in tutti i Paesi europei, peggiorarono, e ciò suscitò quello che mai c’era stato tra noi: una specie di lotta di classe, s’intende alla nostrana.
Notevoli le riforme di ammodernamento; nessuna riforma politica, ovviamente, e la costituzione concessa da Giuseppe già nel 1806 rimase un mero foglio di carta. I primi carbonari, che ne pretendevano l’attuazione, finirono fucilati ad horas. Il Regno di Murat, come l’Impero di Napoleone, erano delle monarchie militari. Con tutto ciò, i sostenitori di Gioacchino erano molti e potenti.
Nel 1811 Murat, contro la Russia, riprese il comando della cavalleria imperiale, affidando l’esercito a Florestano Pepe. I Napoletani combatterono con valore fino a Danzica e a Lipsia; poi Murat ruppe con il cognato, e, in qualche modo informale, si alleò con Gran Bretagna e Austria; combatté contro il Regno d’Italia, e partecipò, tramite Filangieri, al Congresso di Vienna. Sperava di essere riconosciuto sul trono di Napoli; ma quando si accorse del contrario, tentò la carta della guerra contro l’Austria. Si spinse fino in Lombardia e Toscana; ritiratosi, fu sconfitto a Tolentino il 3 maggio 1815.

Per strada, aveva lanciato un Proclama di Rimini, che il Manzoni iniziò a mettere in versi, lasciando perdere subito; mentre il giovanissimo Giacomo Leopardi, che abitava lì vicino, inneggiò alla sconfitta di Murat con un Discorso per la liberazione del Piceno: liberazione, s’intende, da lui.
Riparò in Francia, dove intanto Napoleone era tornato dall’Elba, e aveva concluso le sue avventure a Waterloo il 18 giugno.
Qui si aprono i misteri. Murat, secondo la versione più vulgata, voleva sbarcare a Salerno, e una tempesta lo sbatté al Pizzo.
Secondo una tesi del Durante, autore di una documentata storia cittadina, Napitia, le cose sarebbero andate così: Murat venne attirato in una trappola, per farlo uscire dalla Francia e poterlo eliminare altrove.
C’è, chioso io, una logica: a Napoli era tornato Ferdinando di Borbone, stringendo un accordo, da entrambe le parti insincero, con i murattiani; a Parigi, Luigi XVIII, un altro Borbone; entrambi non si trovano in una posizione molto solida. Di tutti i protagonisti della vicenda rivoluzionaria e napoleonica, Murat era il solo che poteva causare un pericolo: Napoleone era ormai a Sant’Elena; il figlio, in dorata e corruttevole prigionia in Austria; Bernadotte era di fatto sovrano di Svezia e di Norvegia, di diritto dal 1818; Ney, passato ai Borbone e poi tornato a Napoleone, era stato fucilato, secondo alcuni per finta e spedito clandestino in America; altri, tra cui Soult che fu ministro, si erano sistemati nel nuovo regime. Murat, o per se stesso o per i figli, nipoti di Napoleone, poteva mettere paura.

Il re francese, che già aveva carboni bagnati per il presunto Luigi XVII, non voleva certo un pretendente bonapartista; ma non c’era modo di eliminarlo illegalmente, in Francia; ce n’era, e di ottima lega, nel Regno di Napoli: catturato, gli venne applicata una legge che condannava a morte chiunque fosse sbarcato con armi. La legge, manco a dirlo, era firmata Gioacchino Murat! “Giachin’ha fatt’a forca, e Giachin’è mort’ampiso”, scherzano a Napoli.
Una commissione militare provvide al riconoscimento, e non tenne conto di scuse create lì per lì; ne faceva parte, specchio di allora e di poi, un tale Scalfaro, creato barone da Murat e passato ai Borbone, e avo di Oscar! Intanto, via telegrafo ottico, giungeva l’ordine dalla capitale.

Gioacchino morì confessato, a quanto si narra, e con dignità di soldato. Le favole inventate da Dumas ne sporcano fumettisticamente la memoria.
Il figlio Luciano, principe di Pontecorvo, venne nominato come possibile re delle Due Sicilie al posto dei Borbone, ma non se ne fece nulla.
Ci sono tuttora dei principi Murat. Anni fa vennero a Pizzo, e solo dopo io mi accorsi che erano rimasti freddi alla mia relazione critica dell’avo… perché non capivano l’italiano e nessuno si era curato di un traduttore: la Calabria ha sempre il cappello senza le scarpe.
Gliela dovetti ripetere con le reminiscenze del mio francese, ottimo ma risalente al 1965.
Mi pare improbabile che si trovino le ossa di Gioacchino, ma se a Pizzo vogliono provarci, buona fortuna.

Ulderico Nisticò

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.