Una filosofia di vita nel film “Cafè society”


loc65“La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo”. Poche sapide parole per riassumere una filosofia di vita, nel film “Cafè society”, proiettato in questi giorni a Lamezia Terme, al cinema Teatro comunale Grandinetti, prima visione assoluta nella provincia di Catanzaro.

E, considerato che il commediografo è Woody Allen, il risultato non può che essere un film a tre stelle, e anche qualcosa di più, come si evince dalle recensioni dei critici. Si tratta del primo lungometraggio girato da Allen in digitale. La pellicola è stata selezionata come film d’apertura, fuori concorso, al Festival di Cannes 2016.

Sta suscitando curiosità tra i cinefili questa brillante commedia ambientata negli anni ‘30, scritta e diretta da Woody Allen, in salsa agrodolce e retrogusto nostalgico. Ma non è solo nostalgia sentimentale quella che si coglie tra le scene di Cafè society. E’ il rimpianto di un’epoca passata, di un sogno non realizzato, di un amore perduto e mai dimenticato.  Come quello di Bobby Dorfman, che lascia la sua famiglia ebrea nel Bronx e attraversa l’America per tentare la fortuna a Los Angeles, al seguito dello zio Phil, potente impresario del cinema. Qui scopre un mondo fatto di star e mondanità. Le cose vanno diversamente da come sperava, ma si innamora di Veronica, segretaria venticinquenne che alle stucchevoli ville dei divi preferisce la normalità di una casa con affaccio sull’oceano. Vonny, la sensuale Kristen Stewart che incarna il sogno d’amore negato, è attratta dal giovane Bobby e da quel suo “sguardo da cervo abbagliato”, ma poi cede alla tentazione di una scelta di vita diversa, basata su solide certezze. Due esistenze destinate a separarsi, per poi incrociarsi nuovamente, a distanza di anni, nel Cafè society di New York. Ma, nel frattempo, molte situazioni cambieranno.

La trama non sconvolge, nulla di sensazionale, una storia d’amore come tante, su uno sfondo che è il vero protagonista. Cafè society è infatti il ritratto di un’epoca, con la sua eleganza, l’atmosfera frizzante, le feste, i jazz, i cocktail, l’alta società, i locali notturni, gli intellettuali, i gangster. E, a fare da leit motiv, una romantica malinconia, che si coglie soprattutto verso la fine del film, quando si spengono le luci e il rumore si affievolisce.

E poi vi sono la famiglia, la religione, il rapporto conflittuale tra il bene e il male, la vita e la morte.  Temi e stati d’animo, che Allen mescola con delicatezza, senza rinunciare al sarcasmo e alla sua inconfondibile autoironia.

Un bel quadro della Hollywood anni ’30, un po’ appesantito, forse, da un abuso di nomi famosi, ma impreziosito dalla fotografia di Vittorio Storaro, che illumina con le giuste sfumature volti e luoghi.

E c’è l’ottima interpretazione di Jesse Eisenberg, nei panni del protagonista, decisamente convincente come alter ego del grande regista. Per il resto, che dire, buona visione del film. Chi ha visto altri gioiellini firmati Woody Allen, come “Io e Annie” e Manhattan, anche stavolta non resterà deluso.

Antonella Mongiardo


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