Una visita di Fini a Fratelli d’Italia, e qualche mio ricordo di decenni fa


 Gianfranco Fini va alla riunione di Atreju di FdI. Sperando sia solo una visita di cortesia, e senza sentire affatto l’esigenza che egli torni a fare politica, la cosa mi suscita ricordi ormai lontani; e li regalo ad amici della mia età.

Nel 1987, Fini divenne segretario del MSI-DN; seguirono tre anni di contrapposizione tra due gruppi di base: i tatarelliani-finiani, e i rautiani. C’erano anche i servelliani-romualdiani, molto potenti ma senza base.

Allora i partiti del dopoguerra erano tutti in cachessia: la DC e il PSI carichi di guai giudiziari e politici; il PCI sommerso dalla caduta mondiale del comunismo. Il MSI-DN, per chi lo vedeva da dentro, non stava molto meglio, però se i suoi aderenti e simpatizzanti mantenevano un’evidente solida fedeltà.

Ci si preparava al congresso del 1990, e la componente rautiana, detta Andare Oltre, avanzava soprattutto tra i giovani. Qualche mese prima del congresso, scoppiò una vera bomba: l’incontro delle militanze, propugnato da Maceratini e Tatarella, con questo tacito patto, che Fini venisse eletto segretario e Rauti presidente con poteri. Era una soluzione politica valida: i finiani non avevano una cultura; ma Fini andava bene come attivo segretario, al contrario dell’intellettuale Rauti, capace però, non lui solo, di dare tono alto alla politica. La componente Andare Oltre – io ero il coordinatore regionale per la Calabria – sancì l’intesa in due riunioni d’autunno 1989: a Roma e a Perugia. Si tennero i congressi provinciali per l’elezione dei delegati al nazionale, e il 75% di tali assise diede la vittoria alle militanze rautiana e finiana, ormai di fatto alleate. Segnalo i congressi di Catanzaro (allora con VV e KR) e Cosenza, con nettissima vittoria dell’intesa.

Fu allora che Fini commise uno dei suoi errori più gravi: in riunione dell’allora sua maggioranza, di cui facevano parte i servelliani, dichiarò che sarebbe andato al congresso “con le mani libere”; scoprì così malamente le carte, e suscitò un’immediata reazione. I servelliani incontrarono Rauti nell’Hotel Bernini di Roma, e, dritti dritti, gli offrirono la segreteria nazionale del partito. Era un ircocervo, un mostro politico, come presto i fatti provarono; i rautiani – escluso chi scrive!!! – si fecero cogliere da giovanile entusiasmo, e non capirono più niente. Al congresso di Rimini in un freddissimo gennaio, Rauti venne eletto con i voti dei suoi – per lealtà e a malincuore, votai anch’io – e dei servelliani. Per la cronaca, già mancarono cento e più voti, sui circa 700 firmatari della candidatura Rauti.

Egli era uomo di grande intelligenza e cultura, ma non altrettanto pratico; il contrario di quel che deve essere un segretario di partito o di qualsiasi altra cosa; e sceglieva male e capricciosamente i suoi collaboratori. E non era nemmeno molto fortunato, se appena eletto gli capitò tra capo e collo la Prima guerra dell’Iraq; e dovette fare il servelliano-romualdiano invece del rautiano, e dichiararsi, con qualche vago giro di frasi, amerikano e governativo. Scoppiò una tempesta tra i rautiani, ai limiti della rivolta, con riunione  imposta da noi (di ciò, magna pars fui) domata per noia e sfinimento: Rauti arrivò all’ultimissimo momento, e parlò d’altro. Fini, dall’opposizione interna, aveva preso, indirettamente, le distanze dalla posizione ufficiale del MSI-DN.

Pochi mesi dopo, ecco la sconfitta elettorale in Sicilia. Rauti, convinto di vincere, presentò le dimissioni al Comitato Centrale; il quale, presieduto da Servello, le accettò al volo… anzi, nemmeno, perché nemmeno discusse il punto 1, e passò subito al punto 2, elezione del nuovo segretario. Indovinate chi? Fini.

I miei sodali rautiani s’inventarono al volo un complotto mondiale, e uscirono dal partito. Rimanemmo in pochi con Maceratini. Non c’era stata nessuna trama nell’ombra, ma solo che Rauti, per un titolo nobiliare di segretario, si era messo in mano ai suoi peggiori nemici, e ne pagava le conseguenze.

Il MSI-DN, tornato finiano, si avviò ad affrontare le elezioni amministrative del 1993; letteralmente non avendo nessun altro, candidò Fini a sindaco di Roma. Ed ecco un vero prodigio della storia: che Fini, e la Mussolini a Napoli, per poco non vennero eletti, mentre stravincevano i candidati missini in tutta l’Italia Centromeridionale, schiacciando altri partiti morti o morenti come DC (camuffata per PPI) e PSI, e i PCI intanto PDS o qualcosa del genere. Pochi mesi dopo, elezioni politiche e trionfo del MSI-DN con cinque milioni e mezzo di voti, 5.500.000. Voti del MSI-DN, con la sua sigla e il suo simbolo e la sua Fiamma.

A tramare nell’ombra, con le Tesi di Fiuggi che nessuno lesse e quasi tutti approvarono; quelli che le abbiamo lette, le abbiamo con sdegno rifiutate in blocco e subito. Si tenne un congresso di Fiuggi palesemente falso con la connivenza di tutti i presenti. Gli avversari, venne artatamente manovrato perché non ci fossimo proprio, a Fiuggi.

Seguirono il MSI-DN al governo; poi AN, quattro governi con AN, Fini presidente della Camera e ministro; un’assurda fusione con Berlusconi, e il “mi cacci”, eccetera; e intanto tentativi di alleanze con altri del tutto avulsi come Segni. Sono cose che succedono, ai partiti, e non mi scandalizzerei più di tanto. Quello che desolatamente mancò ad AN fu un’ideale, un’idea, un’ideologia, una qualsiasi cultura (patetici i tentativi di arruolare Pasolini, Gramsci, De Gasperi e altre fantasticherie); AN del 1995, dovendo distaccarsi dal MSI-DN, non poteva avere, ma poteva farsene una negli anni seguenti, e invece continuò a vivacchiare fino a morire di senescenza precoce, ed essere giustamente del tutto dimenticata. Riassunto: da AN vennero cacciati, me incluso, quelli che per comodità chiamo “missini”; e invece Fini ci doveva tenere come cani da guardia contro i Fisichella e altri riciclati democristiani. Lo stesso, del resto, accadde a Craxi quando raccolse tutti tranne i socialisti!

Gianfranco Fini, sicuramente responsabile in prima persona di tutto, potrebbe però dire, con Farinata di Dante, “a ciò non fui io sol”; a Fiuggi piansero, napoletanamente, “chiagn’e…”; e io potrei chiamare a testimoni personaggi grossissimi che mi sussurrarono all’orecchio “aderisco ad AN nella più perfetta mala fede”, e chi invocò a giustificazione “il mutuo della casa da pagare”, e di chi per mettere una toppa a Fini s’inventò uno dei più raffinati sofismi dai tempi di Autolico nonno di Ulisse: “il male assoluto relativamente a… ”: bellissima, la relatività dell’assoluto!

“Sed haec olim fuere”, e oggi è tutto diverso, e raccontare serve solo a raccontare; nel mio caso, a un tuffo nel passato. Io ho incontrato Fini l’ultima volta nel 1998, a Casamassella di Otranto. Ma ve lo racconto un’altra volta. Dal 1988 a oggi sono trascorsi 27 anni.

Ulderico Nisticò