Uno dei fallimenti della Calabria

 Gli anni 1960 sono ormai storia, se qualcuno sa affrontare il tema con i due fondamenti della storiografia, che sono sì i documenti, ma soprattutto la capacità di capirli. Per un giornalista, i documenti sono i giornali, ma solo un giornalista esperto sa che essi sono, come dice la parola, quotidiani, e perciò effimeri. Leggere un annunzio roboante (chi scrive ne ricorda di più recenti: “Il tennis europeo parla calabrese”, senza mai nemmeno una pallina!), è quanto mai fuorviante, se non si sa cercare, qualche mese, qualche anno dopo, che seguito e che fine abbia fatto la notizia; e se le promesse con foto e sorrisi, e con interviste solenni, siano state mantenute.

 È questo il lavoro che compie un giornalista di razza, ed ereditario, che legge spietatamente i nefasti di un fallimento calabrese, che però, conclude, è un fallimento italiano: l’industrializzazione attraverso grandiosi opifici.

 C’erano scopi contingenti, dopo che il sistema era stato scosso dalla rivolta di Reggio. Qui ricordiamo un altro bel lavoro di De Virgilio, “Le quattro giornate di Catanzaro”, sulla questione del capoluogo regionale.

 C’era uno scopo politico e sociologico, quello di creare in Calabria quanto non ci fu mai nella storia: delle classi sociali, e perciò la lotta di classe. In Calabria, e nel Meridione in generale, ci furono solo ceti, e poco definiti. In una classe sociale si entra per condizioni di lavoro; nei ceti, si nasce, e anche si muore. Ah, se i marxisti fossero anche marxiani, e leggessero Marx!

 L’altro scopo, era di sviluppare un indotto. Ma le tipologie di industrie erano del tutto contrarie a tale immaginaria finalità: siderurgia, chimica… tutte cattedrali nel deserto, anche se avessero mai iniziato a produrre qualcosa.

 Ma la “truffa”, come esplicitamente la chiama l’autore, fu di costruire per costruire, e opifici che mai lavorarono un giorno, e restano cimiteri delle illusioni perdute. Si aggiunsero truppe nel senso più banale, su cui l’indagine di De Virgilio si addentra.

 Di chi la colpa? Tutto passò sotto il nome di un politico del tempo, il DC Colombo; ma allora i governi cadevano come le foglie d’autunno, e forse la denominazione è quasi solo casuale.

 E ora? Quei rottami vanno solo demoliti, prima che crollino da soli. I colpevoli, saranno tutti morti. Che si può fare, per la Calabria? Se la storia degli anni 1970 ci può insegnare qualcosa, e ringraziamo l’autore di questo denso libretto, bisogna trarne le opportune conclusioni.

 Forse, quello che si fece per secoli, e a Catanzaro più che altrove: attività di piccola industria legata al territorio. E già, come ai tempi dell’Arte della seta, con l’integrazione di campagna e città; di donne allevatrici di bachi e maestri artigiani. Il tutto, ammodernato, certo, e non solo nei mezzi tecnici ma soprattutto nei metodi e in un fecondo rapporto con i mercati.

Alessandro De Virgilio, Pacchetto Colombo, Rubbettino, 2022, p. 145, € 15.00.

Ulderico Nisticò