Zalone, Vibo e la Calabria

Il troppo celebre e troppo pagato film di Zalone, a dire il vero, non fa sarcasmo su Vibo, ma su quelli che, tipo Carola, non solo pretendono di sbarcare, ma anche quando e dove vogliono. Ma come Carola è al di sopra delle leggi, così è anche al di sopra dei giornali e delle critiche; e nella memoria della gente rimane solo la Calabria.

Zalone e chi per lui ignorano che Vibo Marina si chiamava prima Porto Venere, per il ritrovamento di una statua della dea: e che dea, mica una sciantosa o una pseudofilosofa della domenica! E che Vibo si chiamava, quando la fondarono i Locresi, Ἱππώνιον; e i suoi abitanti, gli Ipponiati, dedicarono uno scudo ad Olimpia, dopo aver battuto, assieme a Locresi e Medmei, i Crotoniati. Ma il tempo passa, e Ipponio e Medma si ribellarono a Locri. Dionisio il Vecchio distrusse Ipponio, ma non del tutto, e la città rinacque; per essere occupata dai Bruzi e chiamata Veipunium; poi dai Romani, che vi dedussero l’importante Vibo colonia Valentia, dove aveva amici e trovò breve rifugio Cicerone. Devastata dai Saraceni, la rifondò Federico II con il nome di Mons Leonis e vi pose un forte castello. Monteleone rimase, finché Luigi Razza, nel 1928, non la chiamò di nuovo, in latino, Vibo Valentia. E che dire dei resti archeologici, e del ricchissimo Museo con la lamina orfica? Ma nemmeno voglio dimenticare i secoli medioevali e rinascimentali, con Diana Recco, le Accademie, i palazzi… Eccetera.

Vibo Marina è un borgo portuale; fino a due decenni fa, anche industriale. Non ha, come tutti tali insediamenti, particolari bellezze; ma sta a pochissimo da Pizzo, Briatico, Parghelia, Zambrone, Zungri, Tropea, e il Poro con Mileto; e Soriano e Serra: e ci vorrebbero dieci articoli solo per elencare quanto c’è da vedere. In tutto il territorio poi si mangia benissimo sia mari sia monti, sia mari e monti.

Se Zalone ignora queste cose e altre, si trova in numerosa compagnia, ovvero del 90% dei Calabresi, dotti inclusi, anzi in testa. Se i Calabresi sconoscono quanto sopra, e state tranquilli che è così, cosa volete che rispondano, allo Zalone di turno? Di turno, perché a dire male della Calabria ci si mettono tutti, sparando a bersaglio fermo, e che da fermo ringrazia!

Se chiunque, anche Zalone, si volessero documentare, prima di aprire bocca, gliele faremmo ammirare, di cose belle; e anche meno belle: come in qualsiasi altra parte del mondo. Quanto alla storia, non finiremmo mai, anche perché noi qui abbiamo cominciato molto prima.

Ma la delinquenza… ragazzi, se avete letto o almeno visto in tv i Miserabili, avrete notato che, verso il 1840, era molto più sicuro camminare nudi di notte in un bosco calabrese, che di giorno armati nel pieno centro di Parigi, finché non arrivò il gastigamatti Napoleone III. E non vi dico di Londra.

Ma chi è che parla male della Calabria? Non certo gli Africani, i quali, nella misura di almeno il 99% non sanno cosa sia. Sono i giornalisti e scrittori calabresi, i quali, avendo avuto un nonno morto di fame (quasi sempre per colpa sua), spacciano per morti di fame tutti i nonni della Calabria. E giù premi letterari con soldi, e interviste in tv! Dire male della Calabria è una garanzia di successo.

S’intende, a patto che la colpa sia di qualcun altro qualsiasi: i Romani, Giufà, gli Spagnoli, Zinninnaro, i Borbone, la Sibilla, Garibaldi, Sarancune… qualcun altro, tranne i politicanti viventi e chi li vota. Quelli non si nominano: se no, il premio letterario lo danno ai filosofi buoni che protestano sempre, però mai con nome e cognome.

In questo fosco e buffo quadro, volete che io ce l’abbia con Zalone, che Vibo Marina non ha mai appreso manco dov’è; e figuratevi l’orfismo e lo scudo e Galluppi e la statua di Venere Afrodite?
Ce l’ho con i Calabresi, i quali non sanno né prendere sul serio la Calabria né seriamente scherzarci sopra.

Ulderico Nisticò