Senza dire dei precedenti, il Manifesto del comunismo è del 1848, e il comunismo andò la prima volta al potere nel 1918, in Russia: ebbe dunque il tempo di teorizzare, incluse le numerose dissidenze. Il fascismo, fondato ufficialmente il 23 marzo 1919, il 28 ottobre del 1922 andò al potere, dunque quasi senza aver teorizzato.
Avvenne però una teorizzazione negli anni seguenti, alla ricerca di un’identità ideale e filosofica, e che non fosse solo il regime e le sue realizzazioni. Sarebbe utile un lavoro a più mani, che racconti le discussioni, a volte molto vivaci se non aspre delle “dottrine” fasciste.
Le “dottrine” dovettero confrontarsi con i diversi pensieri della cultura europea dal XVIII secolo, e con le diverse letture della rivoluzione industriale e delle sue conseguenze sociali. E nessuno poteva fare a meno di giudicare l’avvenimento centrale della storia moderna: la rivoluzione francese, e i suoi effetti.
Carlo Talarico, calabrese, sindacalista fascista, affronta il tema del 1789 da un punto di vista che non esitiamo a ritenere favorevole agli “immortali principi”, e tra questi all’égalitè, l’uguaglianza di diritti tra tutti i cittadini, l’isonomia. L’antico regime, al contrario, si fondava, e non solo in Francia, su ceti circoscritti per nascita e per situazione.
Operatore e dirigente sindacale, e ispirato alla Carta del Carnaro di d’Annunzio, e alla Carta del lavoro del 1927, il Talarico fonda il suo pensiero sul concetto del lavoro come fonte del diritto e della stessa condizione sociale. E riconosce al 1789 di aver affermato tale principio in modo irreversibile.
Tra la rivoluzione francese e la rivoluzione fascista, Talarico individua il concetto di Nazione, che, sia pure in modo vario, segnerà la storia dei secoli XIX e XX, sia nel senso dell’indipendenza e dell’unità politica, come il risorgimento italiano; sia per il coinvolgimento di tutti nei processi politici.
La rivoluzione fascista è, per Talarico, effetto diretto della partecipazione dell’intera Italia alla Guerra 1915-18 e alle delusioni e reazioni che ne seguirono.
Un effetto di uguaglianza di fronte al dovere militare, al sacrificio, e alla rivendicazione dei diritti da parte dei lavoratori divenuti soldati. Sa bene, il sindacalista Talarico, come il figlio di contadini diventato ufficiale in trincea, sia stato l’ossatura medesima del movimento fascista.
Come non ricordare le umili origini dei Murat, dei Ney, dei Bernadotte… e, alla fine dei conti, degli stessi Buonaparte/Bonaparte? In questo senso, la rivoluzione francese appare una rivoluzione sociale prima che politica; e così, mutatis mutandis, la rivoluzione del 1922 e il “figlio del fabbro”.
Vero che la rivoluzione francese sfocia nei sistemi liberali ed elettoralistici borghesi, che, secondo il Talarico, la rivoluzione fascista supera in nome della diretta partecipazione popolare alla vita politica, in forme ancora da individuare; il che fa, a suo dire, del fascismo una rivoluzione non compiuta ma in fieri.
L’acuta e bene informata Premessa di Mario Bozzi Sentieri, curatore del volume per OAKS editrice di sesto San Giovanni, riporta il lettore alla temperie culturale e politica degli anni 1930; ma, e soprattutto, stimola la cultura del XXI secolo, in un momento in cui (a parte polemichette sterili!) la storia italiana ha urgenza di essere riletta. E ne fanno parte i “giacobini”, Napoleone, il risorgimento, il fascismo, l’antifascismo… e i reazionari genuini nemici del 1789.
Ulderico Nisticò