Qualche giorno fa mi è capitato di fermarmi al campo di Soverato, quello che per tanti della mia generazione è il campo dell’Ippica, oggi intitolato a Nunzio Marino. C’era una partita in corso e, guardando meglio i giocatori, ho cominciato a riconoscerne alcuni.
Erano quelli che vedevo giocare quando ero bambino. Alcuni davvero bravi, piccole glorie del calcio soveratese che per noi più piccoli diventavano quasi dei modelli.
Definirli oggi tutti “vecchie glorie”, però, sarebbe forse un piccolo falso storico perché in mezzo c’era anche chi già allora sopperiva con grande impegno a ciò che madre natura calcistica aveva distribuito con maggiore generosità ad altri (sic!).
Ma il tempo, anche nel calcio, qualche volta funziona come una livella e oggi sono tutti lì, insieme, a rincorrere lo stesso pallone. Naturalmente gli anni sono passati. Lo raccontano i capelli diventati grigi e anche qualche movimento che oggi consente all’osservatore di seguire con una certa comodità lo sviluppo dell’azione.
Una sorta di moviola in diretta, verrebbe da scherzare. Ma è una moviola particolare perché mentre rallenta le azioni di oggi, finisce per rimandare indietro le immagini di ieri. Basta poi ascoltare le voci per accorgersi che qualcosa è rimasto intatto.
Gli incitamenti, il modo di chiamarsi, i richiami, qualche protesta, persino certi vocaboli calcistici sono quelli di allora. Anch’io frequentavo quei campi, naturalmente qualche categoria più sotto: Pulcini ed Esordienti, numero 11, ala sinistra, come si diceva allora, quando i ruoli avevano nomi precisi e il numero sulla maglia spiegava quasi tutto.
Nel mio piccolissimo, dunque, una “gloria” anch’io, ma decisamente più piccola. Durante gli allenamenti capitava qualche volta di incrociare proprio quei giocatori più grandi e noi ragazzini li osservavamo con attenzione.
Adesso li ritrovo lì. Soverato nel frattempo è cambiata. Sono cambiati luoghi, abitudini, punti di ritrovo, urbanistica, la stessa area di gioco del campo è più piccola, etc. Eppure basta un pallone per tenere insieme il presente e una Soverato che non c’è più, ma che evidentemente non è scomparsa del tutto.
Mi piace soprattutto che nessuno di loro sembri essere lì per celebrare il passato. Giocano. Semplicemente. E proprio così, forse senza saperlo, finiscono per conservarne un pezzetto. Non so chi abbia vinto la partita. In fondo, non importa.
Resta l’immagine dei capelli grigi, delle stesse parole di allora e di un pallone che continua a girare tra quelli che tanti anni fa erano i grandi che guardavamo giocare. Un piccolo amarcord soveratese arrivato quasi per caso. Il tempo ha rallentato un po’ le gambe, ma non ha tolto loro la voglia di essere ancora lì.
E forse, mentre li guardo, capisco che quella moviola non sta rallentando soltanto una partita. Sta riavvolgendo il tempo.
Fabio Guarna – Soverato News