Santa Sofia

La moschea di Ulugh a Istanbul

 Non per essere pignolo, ma, purtroppo, uno storico di formazione vichiana bada ai fatti, e alle date. Poi, solo poi esprime un giudizio: in questo caso, io me ne esonero. Però nemmeno posso far passare la notizia sussurrata da giornali e tv, che la chiesa di Santa Sofia sarà trasformata in moschea; perché le cose non sono andate così.

 Fondata da Giustiniano, Santa Sofia (Ἁγία Σοφία), dedicata alla Sapienza di Dio, lo Spirito Santo, fu la sede del patriarca di Costantinopoli, vertice dei vescovi dell’Impero per le questioni dell’organizzazione ecclesiastica, non capo della Chiesa, perché capo è l’Impero, e per esso l’imperatore (imperator, βασιλεύς) pro tempore. Badate bene alle parole, e prendetele alla letetra: non c’è alcuna analogia con il papa. Ciò deriva dal Credo orientale, che afferma la processione dal Padre e del Figlio e dello Spirito, e non, come recitiamo noi, dal Padre e dal Figlio (ab utroque). Lo scisma d’Oriente, con alcuni precedenti, venne affermato definitivamente nel 1054.

 Non c’è una Chiesa orientale, ma Chiese nazionali, che coincidono con lo Stato. Quando, nel 1453, i Turchi s’impadronirono di Costantinopoli nell’indifferenza dell’Occidente, il sultano aggiunse ai suoi titoli, tra cui quello religioso islamico di califfo, quello di imperatore (qasar, da Cesare) dei Romani; e il patriarca cristiano non esitò a riconoscerlo; come faranno, del resto, sotto Stalin, i patriarchi di Kiev e di Mosca. Quando i Greci si ribellarono ai Turchi, ai primi dell’Ottocento, il patriarca li scomunicò; e per tutta risposta, la Grecia creò una Chiesa nazionale autocefala. Per dirla alla buona, il patriarca di Costantinopoli è il meno titolato del mondo a protestare per Santa Sofia, che sotto gli occhi dei suoi precedessori fu moschea dal 1453 al 1934, e non batterono ciglio. Strana moschea, piena di mosaici raffiguranti l’uomo, bellissimi ma vietatissimi dal Corano. Ma l’immenso e magmatico Impero turco era inevitabilmente multirazziale e anche multireligioso.

 Ridotta nel 1912 agli attuali confini, sconfitta nel 1918 e persi i domini in Asia, e respinto a stento un attacco greco su Smirne, la Turchia venne laicizzata da Kemal Ataturk. Questi abolì il sultanato e poi il califfato, adottò i caratteri latini e la legislazione europea; e, quanto alla secolare moschea già Santa Sofia, ne fece nel 1934 un museo.

 Erdogan, dunque, vuole trasformare in moschea un museo, non una chiesa. Farebbe meglio a lasciare le cose come sono, in una città di Istanbul che di moschee brulica, tra cui quella magnifica di Ulugh Alì. Già, il nostro paesano Dionigi di Bini, di Castelle di Isola C. R., che, dopo una carriera di schiavo marinaio pirata bey ammiraglio, lasciò questa memoria di sé.

 Il vero pericolo è che Erdogan vuole invertire la linea di Ataturk, e islamizzare la Turchia, magari con un occhio benevolo a talebani vari e ISIS eccetera, una genia che, nel mondo islamico, periodicamente rinasce, nella perpetua alternanza tra tolleranza e fanatismo e terrorismo che caratterizza la storia dei musulmani; e non scordiamo che le popolazioni delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale sono in gran parte di stirpe turca, e una si chiama infatti Turkmenistan; e sono presenti nei Balcani forti minoranze islamiche. Per usare un esempio convincente, qualche avo del noto calciatore Ibrahimovic fu uno slavo figlio (vic) di un islamico o islamizzato di nome Abramo / Ibrahim. Vi ricordo che i musulmani possono portare solo nomi coranici.

 La Turchia è la seconda potenza militare della NATO; e gli Stati Uniti, che reggono la NATO, la devono tenere in ogni considerazione; mentre i banchieri e contabili dell’Europa poco e niente Unita sono palesemente incapaci di pensare in termini di politica estera; anzi, di politica in genere. Capiscono solo di soldi, e anche di quelli poco e male, per come siamo attualmente combinati.

 Questi sono i fatti.

Ulderico Nisticò