Eraldo Affinati alla scuola Don Bosco di Soverato: “Noi docenti serviamo agli alunni che vanno male”


Lo scrittore ha presentato il suo ultimo libro all’istituto di Soverato diretto da Elena De Filippis

«Perché sono attirato dagli studenti che vanno male?» Questa la domanda con la quale lo scrittore Eraldo Affinati, ospite nei giorni scorsi della scuola Don Bosco di Soverato (Cz), è riuscito a catturare l’attenzione silenziosa dell’intera platea di studenti, formata dagli alunni del liceo classico e delle medie della Don Bosco ma anche delle classi dell’Iis Guarasci-Calabretta e dell’Itt Malafarina, presenti all’incontro dedicato al suo ultimo libro, Nella palude del padre. Un evento organizzato dall’associazione Amica Sofia e promosso dalla Società Dante Alighieri di Catanzaro, fortemente voluto dalla dirigente della scuola Don Bosco, Elena De Filippis.

Dopo un’appassionata introduzione all’autore e all’opera da parte di Raffaele Lioi, docente di lettere del liceo Don Bosco, De Filippis è entrata nel merito dell’ultimo libro dello scrittore.

“Con questo libro, Affinati, insegnante-scrittore, traccia non solo la storia di un adolescente segnato dall’essere figlio illegittimo, mai riconosciuto dal padre e in seguito orfano della madre, ma la storia universale di padri mancati e ritrovati, educazioni da vivere integralmente con testa, cuore e mani, scuole sognate e realizzate”, ha spiegato la preside.

Il riferimento della dirigente è alla rete di scuole Penny Wirton, fondata da Affinati insieme alla moglie, la docente Anna Luce Lenzi, per insegnare l’italiano ai minori non accompagnati. «Scuola gratuita con un rapporto uno a uno, senza classi e senza burocrazia, né voti né registri né soldi, come se l’istruzione fosse un pane da spezzare e condividere», ha proseguito De Filippis, indicando nella Penny Wirton un modello di ispirazione ideale e valoriale per tutta la scuola italiana.

A partire dalla scuola Don Bosco da lei diretta, che “punta su metodi didattici partecipativi, interdisciplinari, laboratoriali e inclusivi”, superando l’uso esclusivo del trittico spiegazione-interrogazione-voto che Affinati definisce “prigione ermeneutica”.

“Con la storia di Fortunato, cioè mio padre, che venne ‘cancellato’ da suo padre e a 15 anni perse anche la madre, non ho voluto solo ripercorrere la mia storia familiare ma una storia che è di tutti”, ha precisato lo scrittore. E negli occhi dei tanti ragazzi che Affinati ha incontrato non solo nelle scuole da lui fondate in Italia, ma anche andando a trovarli in Africa, lo scrittore ha letto lo stesso disagio di Fortunato, “il disagio di chi non è riconosciuto in quanto ‘altro’, di chi è isolato e fuori dal gruppo”.

E qui si torna alla domanda iniziale rivolta alla platea: “Sono interessato ai ragazzi che vanno male perché uno già bravo non ha bisogno del mio aiuto. Noi docenti serviamo proprio al ragazzo che non ascolta, che si ribella, che rischia di abbandonare la scuola”, ha sottolineato Affinati, avviando una riflessione vivace e partecipe tra gli studenti di tutte e tre gli istituti coinvolti, che lo hanno subissato di domande con interventi non scontati e curiosi, tanto sulla sua storia personale quanto sull’esperienza interculturale in Africa e nelle sue scuole.

Affinati ha invitato gli studenti a visitare la scuola Penny di Camini (KR) e proporsi come giovani docenti, nell’ambito della formazione scuola-lavoro, così come fanno tanti loro coetanei che si offrono come professori volontari dei ragazzi migranti. E chissà che su quel modello “non possano nascere altre scuole Penny Wirton nel nostro territorio”, come si è augurata la preside De Filippis in chiusura.

Teresa Pittelli