Cade a pezzi l’Italia

A parte i tentativi disperati dei radical chic e di certi magistrati di dare la colpa a Salvini della caduta del porto di Genova e di quella della chiesa di Roma, nonché del Diluvio Universale e della Guerra di Troia, conati che non commuovono nessuno; è pur vero che l’Italia cade a pezzi.

Il ponte genovese è stato costruito negli anni che furono, e da allora non ha ricevuto alcuna seria manutenzione, anzi nessun controllo; nemmeno quando lo stesso Morandi avvertì del pericolo.
Il ponte di Celico è in evidente precarietà.

Ma almeno questi manufatti contano decenni. Lo svincolo di Borgia è caduto due volte; il viadotto di Germaneto, era poggiato sulla sabbia; l’Allaro, lo rifanno e ricrolla. Poi dite che uno vi fa notare che i ponti della 106, degli anni 1930, non li buttate giù manco con il tritolo: chissà come mai?

Qui voglio parlare del patrimonio culturale, fragile per ovvi motivi di storia secolare; e di cui leggiamo spesso incidenti, gravi per l’aspetto monumentale e storico dei beni, gravissimi perché possono causare danni e morte delle persone che vi si trovano. La chiesa romana è luogo privilegiato dei matrimoni: immaginate che poteva accadere.

Ci sono dunque due ottime ragioni per mettere mano a manutenzione e restauro. E ce n’è una terza: ogni lavoro pubblico (onesto e ben fatto!) è anche un importante volano di economia e produzione e occupazione.
Veniamo alla Calabria, qui vicino a noi, ed elenco, a volo d’uccello, alcuni importanti monumenti che mostrano urgenza di metterci mano:

– Area archeologica di Caulonia a Monasterace Marina, che rischia di essere sommersa dal mare;
– Cattedrale di Catanzaro, chiusa;
– Chiesa di San Domenico a Badolato, dall’imponente ma molto lesionata cupola;
– Castello della Contessa alla Lacina;
– Il castello e complesso industriale della Razzona di Cardinale;
– Grangia di Montauro – Gasperina;
– Mulini e gualchiere;
– Archeologia industriale: centrali idroelettriche di Bivongi, del Callipari, Mongiana, Ferdinandea, il nostro Quarzo o ex COMAC che dir si voglia…
– E quant’altro.

Diamoci da fare.

Ulderico Nisticò

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