C’è un errore che non possiamo più permetterci: pensare che la protesta degli autotrasportatori sia “una questione loro”. Non lo è. Quando un camion si ferma perché viaggiare costa più di quanto rende, non si ferma solo un’impresa: si ferma la filiera che porta il pane sugli scaffali, i farmaci nelle farmacie, i materiali nei cantieri, le merci nei nostri negozi. Il caro carburanti non colpisce una categoria. Colpisce tutti, nello stesso modo.
E c’è una terra che questo peso lo sente più di altre: la Calabria. Qui, dove le distanze sono lunghe, le infrastrutture carenti e le alternative alla strada quasi inesistenti, ogni centesimo in più sul gasolio diventa un macigno per chi produce, trasporta e vende.
Lo sappiamo bene noi che viviamo e lavoriamo nelle Serre. Le imprese delle Serre vibonesi e dell’entroterra calabrese, dalle aziende boschive e agricole agli artigiani, dai commercianti ai piccoli produttori, operano ogni giorno in aree interne dove ogni chilometro pesa doppio, dove le merci arrivano e partono solo su gomma, dove spesso mancano strade adeguate e collegamenti efficienti. Per queste realtà il caro carburanti non è un aumento qualunque: è la differenza tra restare aperti e chiudere, tra continuare a dare lavoro e veder partire l’ennesima generazione di giovani. Difendere chi trasporta significa difendere la sopravvivenza stessa delle nostre comunità.
La Calabria si è mossa per prima
Non è un caso che la mobilitazione sia partita da qui. Nelle scorse settimane gli autotrasportatori calabresi sono scesi in piazza davanti alla Cittadella regionale di Catanzaro, denunciando l’aumento del carburante e dei costi di esercizio. Accanto a loro gli agricoltori, da Pizzo a Cosenza fino a Falerna, con un messaggio che vale per tutti noi: la Calabria che produce non molla.
Ora la protesta compie un passo ulteriore: un fermo dell’autotrasporto di cinque giorni, con presidi pacifici in tutte le province calabresi, tre dei quali nel nostro Vibonese, a Vibo Marina, Sant’Onofrio e Vazzano. Gli autotrasportatori hanno lanciato un appello che non può cadere nel vuoto: non lasciateci soli.
In Calabria è nata anche l’iniziativa “L’Italia scende in piazza”, che riunisce agricoltori, pescatori, autotrasportatori e famiglie, tutti schiacciati dallo stesso aumento dei costi vivi. Da qui la protesta si è estesa alla Basilicata, alla Puglia, alla Sicilia, fino a Roma, sotto Montecitorio. Il profondo Sud ha acceso una miccia che riguarda l’intero Paese.
I numeri parlano da soli. Nel Mezzogiorno il gasolio ha superato i 2,40 euro al litro, e in Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite tra 700 e 900 euro al giorno per ogni camion. Non sono cifre astratte: sono aziende familiari che chiudono, autisti che perdono il lavoro, territori che si svuotano.
La Regione si è mossa: ora serve di più
Va dato atto alla Regione Calabria di essersi mossa. I rappresentanti degli autotrasportatori sono stati ricevuti più volte ed è stata istituita una consulta regionale come tavolo tecnico di confronto e sostegno al settore. È un primo passo, e lo riconosciamo.
Ma non basta. Alla Regione chiediamo vicinanza concreta a chi in questi giorni sacrifica il proprio lavoro per una battaglia che riguarda tutti, e un impegno più incisivo: misure immediate, risorse certe e tempi rapidi. Le imprese non possono aspettare i tempi lunghi dei tavoli, perché nel frattempo rischiano di chiudere.
Il silenzio dell’informazione nazionale
C’è però un’altra cosa che come calabresi e come cittadini del Sud non possiamo tacere. Mentre migliaia di persone scendevano in strada, l’informazione nazionale ha dedicato a questa protesta uno spazio marginale, quando non nullo. Trafiletti, cronache locali, poco più.
Viene da chiedersi perché. Forse perché una protesta che nasce dal Sud fa meno notizia. O forse, ed è il dubbio più amaro, perché raccontarla fino in fondo significherebbe mettere in discussione un sistema che sta soffocando le aziende, le famiglie, un intero territorio e, più in generale, la nazione intera. Un sistema che preferisce che queste voci restino confinate, lontane, ininfluenti. Noi non ci stiamo. Se i grandi canali dell’informazione non raccontano ciò che accade, saremo noi a farlo, con la nostra presenza e con la nostra voce.
Non è tempo di guardare dalla finestra
C’è chi osserva, chi commenta, chi si lamenta in privato e poi tace in pubblico. Ma il silenzio, oggi, è una scelta di campo: è lasciare che un sistema orientato alla speculazione continui indisturbato, scaricando i costi su chi lavora e produce. Un sistema che ha smarrito ogni principio di tutela del benessere economico e sociale, e che non distingue tra grandi e piccoli, tra imprese e famiglie, tra professionisti e lavoratori dipendenti: li colpisce tutti.
Ecco perché come Associazione Serre, Imprese e Innovazione diciamo con chiarezza: nessuno è esonerato. Autotrasportatori, imprese, professionisti, lavoratori, cittadini: ognuno ha il dovere di dire basta. Fermarsi, oggi, significa far sentire il peso reale di chi tiene in piedi questo Paese.
Le obiezioni, e perché non reggono
“I prezzi li decidono i mercati internazionali, il governo non può farci nulla.”
È vero solo in parte. Il prezzo del greggio si forma sui mercati globali, ma una quota rilevante di ciò che paghiamo alla pompa è fatta di accise e IVA, cioè di scelte politiche nazionali. Inoltre, quando il petrolio sale i prezzi alla pompa salgono subito, ma quando scende calano con lentezza: è in quello scarto che si annida la speculazione. Chiedere trasparenza e controlli non significa sfidare i mercati, ma pretendere che funzionino in modo corretto.
“Tagliare le accise significa togliere risorse a sanità, scuola e servizi.”
Nessuno chiede di svuotare le casse dello Stato. Chiediamo un riequilibrio: le entrate fiscali in più che lo Stato incassa proprio grazie all’aumento dei prezzi, e gli extraprofitti realizzati da alcuni operatori del settore energetico, possono finanziare misure mirate senza toccare i servizi essenziali. E un’impresa che chiude non paga più tasse, non versa più contributi, non dà più lavoro. Lasciar fallire le imprese costa allo Stato molto più che sostenerle.
“Le proteste e i fermi danneggiano proprio i cittadini.”
È l’obiezione più seria, e la prendiamo sul serio. Per questo sosteniamo una mobilitazione pacifica, nel rispetto delle regole, senza blocchi che penalizzino chi va al lavoro o ha bisogno di cure. Ma il danno vero per i cittadini non è un fermo di qualche giorno: è un sistema che ogni mese aumenta il costo della spesa, dei trasporti, della vita. Se oggi non ci fermiamo per scelta, domani ci fermeremo tutti per necessità.
“È una battaglia di categoria, non mi riguarda.”
Ogni prodotto che acquistiamo ha viaggiato su un camion. Ogni aumento del gasolio finisce, prima o poi, nel prezzo di ciò che compriamo. In Calabria più che altrove, e nelle aree interne come le Serre più che in Calabria, dove quasi tutto viaggia su gomma. Nessuno può dirsi al riparo.
Cosa chiediamo
• una revisione seria della fiscalità sui carburanti, che oggi pesa in modo insostenibile;
• misure efficaci contro gli extraprofitti e le dinamiche speculative sui prezzi;
• interventi specifici per i territori del Sud e per le aree interne, penalizzati da distanze e carenze infrastrutturali;
• alla Regione Calabria, vicinanza concreta e un impegno più incisivo, con misure immediate e risorse certe per le imprese;
• il pagamento puntuale degli incentivi già promessi al settore;
• un tavolo permanente che coinvolga davvero le categorie produttive, non solo a crisi esplosa;
• un’informazione nazionale che dia a questa protesta lo spazio che merita.
Oggi in piazza: alziamo la testa
L’invito che rivolgiamo è chiaro e diretto: aderire al fermo di cinque giorni e partecipare ai presidi organizzati in tutta la Calabria. Condividere, commentare e sostenere la protesta sui social è importante, ma non basta. Un “mi piace” non riempie una piazza. Ciò che serve adesso è la presenza fisica: esserci, in tanti, in modo pacifico e civile, perché nulla parla più forte di un popolo che si ritrova unito nello stesso luogo per la stessa causa.
Informatevi sul presidio più vicino a voi e raggiungetelo. Anche un’ora della vostra presenza conta.
La forza di questa protesta sta nella sua compostezza e nella sua ampiezza. Non vogliamo creare disagi ai cittadini: vogliamo che i cittadini siano con noi, accanto a noi, perché la nostra battaglia è anche la loro.
E soprattutto, non dobbiamo avere paura. Non dobbiamo avere paura di alzare la testa, di esporci, di dire pubblicamente ciò che in tanti pensano in silenzio. Perché chi resta a capo chino troppo a lungo rischia di non rialzarsi più. Rischia di abituarsi alla sottomissione, di accettare come normale ciò che normale non è, di perdere, un giorno dopo l’altro, il proprio diritto di parola. La dignità di un territorio e di una nazione si difende anche così: stando in piedi, insieme, a testa alta.
La Calabria ha alzato la voce per prima. Ora tocca all’Italia intera ascoltarla e unirsi. Non lasciamo soli gli autotrasportatori: fermiamoci con loro, scendiamo in piazza con loro. Perché un Paese che non tutela chi lavora è un Paese che ha già smesso di camminare.
Walter Lagrotteria
Presidente Associazione SII – Serre, Imprese e Innovazione
Serra San Bruno (VV)