Agonia di Gioia Tauro?

È persino impietoso ricordare che il mio amico Pino Soriero gira da anni l’Italia, e vende copie, annunziando che il porto di Gioia Tauro non solo va benissimo e in seguito andrà molto meglio, ma è il porto di Gioia Tauro che dà da vivere ai porti di Genova e di Trieste: sentito con le mie orecchie.
E invece leggiamo e vediamo che il porto di Gioia è in crisi, e vengono ora licenziati, ora riassunti, ora riconvertiti, ora licenziati, eccetera, numerose centinaia di operai e addetti.

La prima domanda è: a che servivano, a Gioia Tauro, centinaia e centinaia di addetti? Nei vecchi porti, quelli dei film, c’era davvero tantissima gente: facchini, magazzinieri, marinai in cerca di impiego, marinai a riposo che raccontavano fandonie di albatros, taverne più o meno malfamate e altri luoghi di malaffare, donne vivaci… a Gioia Tauro non ci sono luoghi né di malo né di buon affare, non ci sono taverne, non ci sono alberghi, non ci sono ristoranti; non c’è nemmeno una strada, una ferrovia… non c’è niente di niente, tranne dei sistemi di gru, detti con barbarismo transhipment; insomma, roba automatica, che non richiede braccia da lavoro. Centinaia di addetti, sa di assistenzialismo! Ovvero, la solita mentalità: si apre un porto per occupare persone. E invece la corretta economia è: si apre un porto perché serve un porto, e il porto genera economia, e l’economia ha bisogno di lavoratori nel numero giusto. E, accenno, nella giusta qualità!

E qui ricordiamo agli anziani e insegniamo ai giovani l’ignobile bugia del Centro Siderurgico, inventata da Giacomo Mancini e soci per tacitare la rivolta di Reggio, con la promessa di diecimila (10.000!!!) posti di lavoro; mentre si distruggeva, nella Piana, una zone agricole più ricche del Meridione; e la mafia, da quattro sfigati di paese, diventava potenza mondiale del crimine. Amici, “natura delle cose è il loro nascimento”, ci spiega il Vico. Nel nostro caso, se una cosa inizia male, non può andare avanti bene.

E sono anni che il porto è in crisi, e sarei curioso di conoscerne le cause reali:
– sono diminuite le navi nel Mediterraneo?
– ci sono altri porti, nel Mediterraneo?
– ci sono porti più convenienti, nel Mediterraneo?
– c’è qualcosa di sbagliato nella direzione del porto?
– chi dovrebbe, è capace o no di attirare la clientela?
– i dirigenti sono stati scelti per merito e competenza, o perché parenti o di loggia e lobby e partito e cosca?
– varie ed eventuali.

Non aspettatevi risposte da me, solo domande. Sono io che mi aspetto qualche risposta dalla politica, dalla direzione, da chiunque sia responsabile del porto e dei suoi affari.
La politica, intanto, tace come quando delle giraffe s’incontrano con dei pesci. Mistero.
La Regione Calabria anche in questo frangente si dimostra quella che è: un ente inutile e dannoso, quale è dal 1970 senza la minima eccezione né di sinistra né di centro(destra).

Alle prossime elezioni, o tutti costoro (sx o dx) a casa loro; o venite tutti a casa mia in campagna. Portate soppressate, vino e formaggio calabrese; ma anche tanto formaggio sardo, così aiutiamo i pastori contro l’Europa degli usurai.
Eh, ma la Calabria è una terra di pecorelle del presepe, mica di gilets jaunes. Come riusciamo a passare per violenti, i Calabresi, lo sanno solo i giornalisti e gli scrittori a prodotti tipici. Coniglietti, siamo, anche a Gioia Tauro. In alternativa, furboni.

Ulderico Nisticò