Cherofobia

Vi giuro che non lo sapevo fin ad oggi, ma esiste un fatto psicologico, o psicanalitico, detto cherofobia; dal greco φοβία, che in verità vorrebbe dire avversione, però è inteso comunemente oggi come paura; e χαίρω, che vuol dire rallegrarsi. La cherofobia è la paura di essere felici: ma guarda tu! Del resto, di che mi stupisco, se esiste persino la fobofobia, cioè la paura di prendersi una fobia?

C’è dunque, soprattutto tra i giovani, chi ha paura di essere felice; o, più esattamente, paura di perdere la felicità. Beh, detto così, è banale: chiunque ha qualcosa teme di perderla, o per circostanze avverse o per propria responsabilità o colpa. E “nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, canta Dante in Inf. V.
Beh, la storia è zeppa di gente importante che ha perso ben altro che una banale felicità adolescenziale. Adamo ed Eva persero il Paradiso, e divennero il modello universale di nostalgia del bene. A Creso tutto sommato non andò malissimo, perché perse solo il regno; e poté venire a sapere, da vivo, che il suo vincitore, Ciro, conquistatore dell’Asia, aveva perso la testa, immersa dalla regina Tomiri in un otre di sangue. Alessandro Magno, al culmine della gloria, morì giovane. Tutti i protagonisti del I secolo a.C., alcuni anche pietre miliari della cultura universale, finirono morti ammazzati o suicidi: Crasso, Pompeo, Catilina, lo stesso Cesare, e Bruto, Cassio, Cicerone; M. Antonio, Cleopatra e Lucrezio di loro mani.

Ma questi signori, pur avendo raggiunto il massimo del potere o della fama o delle Muse, furono mai, prima di cadere, “felici”, o cercarono di esserlo? Beh, forse Adamo ed Eva; ma non certo tutti gli altri, e non mi capacito che abbiano cercato quella che oggi chiamiamo felicità. Erano tutti troppo occupati con la politica, le guerre, gli studi, per curarsi di uno stato d’animo così giovanile e leggero. E se a un Alessandro o a un Cesare aveste proposto di scegliere tra l’impero e l’amore, vi avrebbero guardato con la massima commiserazione. Di molti conosciamo anche amori e piaceri leciti e illeciti, ma sempre nei ritagli di tempo.
Per i Greci, la felicità era l’εὐδαιμονία, avere dei favorevoli, quindi prosperare, nei limiti umani e fin quando durasse. Per i Latini, felix è un campo fecondo, ricco, quindi una vita sicura e sana.

La felicità moderna è frutto di una cattiva traduzione da un latinismo francese, félicité, che, in termini illuministici, era inteso come prosperità, benessere, mentre la felicità spirituale è bonheur. I due termini vennero confusi fino a far parlare di uno spropositato “diritto alla felicità”.
Ebbene, se la prosperità è possibile, e spesso è stata conseguita da persone, famiglie, città e interi popoli, e mantenuta per un certo periodo, la felicità spirituale è uno stato d’animo labile, facilmente mutevole, suscettibile di ogni genere di turbamento.
Perciò la felicità può essere solo statica; e non desiderare altro, perché de-siderium significa mancanza, che è il contrario della soddisfazione.

Torno ai Progenitori, e rivolgo una domanda di natura filosofica: quanto tempo stettero, nel Paradiso Terrestre, Adamo ed Eva? La domanda è sbagliata: essi, prima della cacciata, non avevano il sentimento del tempo, che, insegna sant’Agostino, è distensione dell’anima, cioè viene misurato psicologicamente, non con l’orologio; e genera l’angoscia, che genera la vita e la storia. Adamo ed Eva non erano nel tempo e nella storia; iniziarono ad esserci quando finì la loro immobile felicità.
Da allora iniziò la storia, che è fatta di amori (inclusi, anzi soprattutto quelli sbagliati), odi, arte, guerre, esplorazioni, poesie, scontri, incontri… e di non sapere se, per dirla con Orazio, questo che risplende è o no l’ultimo della nostra vita. L’umanità è frutto dell’eventualità, del caso, degli umori, delle passioni: e tutto questo è il contrario della felicità bovina predicata dalla società dei consumi.

Evviva dunque la cherofobia, che, dopo decenni di infantilismo e assurda ricerca della felicità, forse riporterà nei cuori e nelle menti e nei fatti la storia; e invece di mucchi di felici annoiatissimi, forse ci restituirà quella scintilla del divino che è in noi, anche se facciamo di tutto per spegnerla.
Ultimo esempio: provate a immaginare che Dante Alighieri, per essere felice, avesse rinunciato alla politica, a mettere all’Inferno papi e re e parenti suoi, accontentandosi di un posto fisso al Comune di Firenze, e sorridendo da scemo tipo “Mi sono innamorato di Marina”. Ecco, al posto della Divina Commedia avrebbe continuato a scrivere romanzetti rosa. E sarebbe stato lo stesso infelice, perché chi nasce aquila non può diventare gallina; e, ancora peggio, le uova di aquila non sono buone nemmeno per una frittata.
Benvenuta dunque la cherofobia.

Ulderico Nisticò

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