Come mai De Andrè?

La compagnia teatrale La chiave ha ridato, il 22 scorso, lo spettacolo “Faber. A forza di essere vento”, dedicato al ricordo di Fabrizio De Andrè. Il successo del mattino con i ragazzi del Liceo-Ragioneria, e i motivati apprezzamenti dei meno giovani la sera, sono stati la prova che Fabrizio è in qualche modo ancora vivo nella memoria.

Come mai? E come è stato possibile che uno spettacolo reggesse alla prova di ben diverse interpretazioni della stessa vicenda umana ed artistica di Faber? Ma perché essa rappresenta con evidenza tutte le complesse, direi complicate vicende della società occidentale e italiana nel veloce trapasso dal mondo antico al postmoderno. Chi le ha attraversate, come chi scrive, ricorda bene quante cose sono cambiate, e non tutte in bene, e come sia stato difficile metabolizzarle: il dopoguerra, il Sessantotto, il terrorismo, la crisi e fine delle ideologie…

L’esperienza umana di De Andrè, che andò dal 1940 al 1999, ne fu specchio, ed egli la avvertì con una profonda e a tratti dolorosa sensibilità; intensa e malinconica anche quando la stemperava in irridente goliardia.
Faber mosse i passi ai tempi dell’ottimismo obbligatorio del dopoguerra; per giungere alle avvisaglie della crisi, e segnare, con le sue prime canzoni, la ventata di esistenzialismo che, dubitando della felicità piccolo borghese fatta di consumismo, cercava un senso genuino della vita.

Quale questo fosse, ognuno risponda per sé.
Poeta di canzoni, cantò l’amore, le tristezze delle vite fallite, le favole medioevali, le ipocrisie borghesi, i sogni di libertà e di giustizia; e, per tutta una vita di non credente, mostrò una sottile nostalgia di Dio.
Prestò attenzione alle emarginazioni etniche, sociali, personali, di cui sapeva quanto fossero perdenti o già perse; ma vide nei poveri e deboli e pellerossa uccisi e Bocca di Rosa e Marinella, una qualche preziosa umanità da consegnare, se non alla storia (che non se ne cura e fa bene a non curarsene), alla poesia. Ed era un nostalgico del passato, un antimoderno.

Da tutto questo e molto altro, ecco la formula adottata dalla compagnia La chiave: narrazione di De Andrè, canzoni, musica, recitazione di testi, danza; una contaminazione di generi che è stata anche contaminazione di letture della figura di Faber.
La chiave nasce nell’estate del 2018 con “L’amore e gli amori”, dato al Quarzo; rappresenta Faber per il Geometra; lo ripete per Liceo-Ragioneria e pubblico… e sta preparando altre sorprese. Si apre a ogni collaborazione, come sta facendo con il quartiere Corvo e la Proloco.

Ulderico Nisticò

 

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