Crisi demografica della Calabria

Quando leggo certe cifre, ho sempre il sospetto che i sociologi calabresi prendano sul serio i dati ufficiali: operazione molto più comoda che andare a costatare di persona. Quando dicono che il paese X conta, diciamo, 1.000 abitanti, non sanno, o fingono di non sapere, che di questi mille una buona parte abita quasi tutto l’anno altrove.

Ciò premesso, anche con i dati ufficiali la Calabria è in pesante crisi demografica, tra aumento dei morti, diminuzione delle nascite, emigrazione dei giovani; quindi, quelli che restano sono più dei vecchi che altro.

Qualche spiritoso parla di stranieri che compenserebbero parzialmente il crollo, ma, a parte che solo i cinesi si rendono utili all’economia, i più delle altre etnie (posso dire etnie?) stanno a spasso, o alla prima occasione se ne vanno altrove di corsa. Perciò gli stranieri non compensano quasi nulla.

Un tempo la Calabria era discretamente popolata. Nel XVII secolo, contava 550.000 abitanti ufficiali (e vari altri non dichiarati), quando, pochi decenni dopo, l’intero Regno d’Inghilterra (ancora senza Scozia) contava quattro milioni e mezzo. L’aumento della popolazione fu la vera causa dell’emigrazione verso la fine del XIX secolo e nel XX. Se oggi la Calabria si spopola, è per il crollo dell’economia reale.

L’economia reale della Calabria era, nei secoli passati, abbastanza variegata:

– allevamento della pecora da lana e di altri animali da reddito;
– produzione ed esportazione di olio e mostro, anche se quasi solo semilavorati;
– produzione ed esportazione di cereali;
– esportazione di legname;
– agricoltura di qualità;
– produzione e lavorazione della seta;
– artigianato, con qualche area industriale;
– pesca e lavorazione di alcune specie;
– servizi e varie forme di pubblico impiego.

L’ammodernamento fu tardivo, e, per avere industrie moderne, bisogna aspettare gli anni del Ventennio, con l’energia elettrica dei Laghi Silani e i nuclei industriali di Vibo e Crotone, e industrie medie come gli zuccherifici e le estrazioni di quarzo e altri minerali.

Di tutto questo, resta poco. I cereali, li importiamo; il legno non è di qualità; l’olio è ancora poco lavorato; il vino, solo in alcune zone è di ottimo livello; i nuclei industriali sono spariti, e così zuccherifici etc.
Nei non mai troppo deprecati anni della Prima Repubblica, tutto venne sostituito con una raffica di posti fissi, spessissimo parassitari e il cui effetto fu sottrarre braccia al lavoro vero. Oggi che i posti fissi non ci sono più, anche questo sbagliatissimo palliativo viene meno.

Conclusione, non ci servono interventi straordinari, ZES e altre diavolerie, ma lavoro e produzione. Faccio l’esempio del turismo, a sua volta volano di produzione: a parte qualche recente tentativo, siamo ancora al poco chiasso d’agosto, e manco tutto il mese.
Se ci sarà lavoro, i Calabresi resteranno in Calabria e vi faranno figli.

Ulderico Nisticò

 

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