Crotone, ovvero una Calabria banale


 Sì, avete letto benissimo; però meglio mi spiego. La RAI ha tenuto il suo spettacolo da Crotone; ed è stata un’operazione ben condotta, esattamente come se il prossimo Capodanno lo manderanno da Pordenone o da Olbia o da Lecce. Ed è esattamente quello di cui la Calabria ha urgente bisogno: la banalità giornaliera.

 A dire la verità – e fidatevi di uno storico genuino – negli ultimi quattromila anni della vicenda della nostra terra, chiamata Calabria dall’VIII secolo dC, la banalità è stata una costante; ed è anzi sempre difficile cercare qualche cosa di straordinario. Dalla Seconda guerra punica al VI secolo, non successe mai niente, in pienissima e grassa pax Romana. Più o meno, lo stesso in seguito. Vi stupite? Non fatelo: è la regola di quasi tutta la storia umana. Esempio: dal fatale 1215 al 1530, a Firenze accaddero tante di quelle cose da riempire buona parte della Divina Commedia; e Dante, che si turba per l’Arbia rossa di sangue, non aveva visto il popolo impiccare l’arcivescovo Salviati ai tempi dei Pazzi! Vero, però prima del 1251 e dopo il 1530, anche a Firenze non successe niente; e sotto i Medici e i Lorena e dopo, camparono e campano allegramente di turismo culturale. Figuratevi Albenga e S. Benedetto del Tronto; e Bergerac, se non vi fosse nato Cyrano, che però visse altrove, anche sulla Luna, tranne che a Bergerac. Più o meno come Corrado Alvaro, poi prom… no, retrocesso a “cantore della Calabria”, cosa non vera.

 È anche per questo che i Calabresi si esaltano o si angosciano, non appena scoprono una cosa qualsiasi che appaia loro importante, o, più precisamente, che consenta di darsi importanza, tipo “mio nonno era barone”. I particolari non contano: se chiedete anche a un superlaureato qualche notizia della Magna Grecia, è assai se vi risponde Pitagora; ma giusto per le tabelline, nemmeno per il teorema. La filosofia, se la fantasticano.

 Ed ecco i piagnoni di mestiere, un calabro mestiere ben retribuito, retribuito in proporzione del lacrimatoio: ovviamente, segue cena. La storia umana è fatta di migrazioni: o alla spicciolata, oppure chiamate conquiste e imperi. Possibile che i soli a singhiozzare per l’emigrazione siano i Calabresi? Lo stesso per la delinquenza, atteso che è molto più sicuro e tranquillo vagare di notte per l’Aspromonte (salvo motivate eccezioni!!!) che entrare in pieno giorno nella stazione di Milano e in certe periferie di Torino. Vero, però lì manco ne parlano i giornali; qui, se succede, molto raramente, un omicidio, per una ventina d’anni volano palloncini a forma di coniglio e sfilano fiaccolate.

 Dall’altra parte, ecco gli esaltati di una calabresità magnifica, generalmente sognata di sana pianta, però portata alle stelle. Vedi i circa otto, nove sbarchi, anche in alta montagna, di Ulisse… per ora! Ecco il mare più bello del mondo; ecco la scoperta di Tizio e Caio… e poi ci siamo scordati, di recente, degli anniversari di s. Nilo, Giglio, Telesio, Sirleto, Campanella eccetera… e, il colmo della pena, di s. Francesco di Paola.

 E invece ci serve proprio una Calabria banale, quotidiana, normale; e che funzioni. E in cui la RAI a Crotone non sia l‘evento esplosivo dei millenni e più dell’arrivo di Miscello; ma una bella serata come se si fosse a Pinerolo o a Gela o a Grosseto.

 Miscello: chi era costui? Ecco cosa bisogna fare: raccontare la Calabria reale, quindi anche Miscello e omologhi come Is e vari. Far vedere le aree archeologiche, i castelli, i palazzi, i borghi. Organizzare il turismo finora a pascolo brado e “quanta gente sul Lungomare”.

 La notte RAI di Crotone può essere d’aiuto; e lode a chi l’ha voluta e ben gestita. Purché sia un inizio, e non la gloria cittadina e regionale da archiviare e parlarne al bar per decenni come ancora c’è chi vanta i campionati di motonautica a Soverato… del 1970.

 Intanto, buon 2024.

Ulderico Nisticò