Gesù storico

Le fonti storiografiche su Gesù sono i quattro Vangeli canonici, e numerose altre narrazioni dette Vangeli apocrifi; e due passi della storiografia pagana, quello di Giuseppe Flavio e quello di Tacito. Queste fonti sono state e sono contestate fin dai tempi delle persecuzioni; e, con particolare acrimonia, durante l’illuminismo del XVIII secolo, durante il positivismo del XIX, e oggi da critici, anche cristiani, troppo attenti a cercare obiezioni, per non essere sospetti di ideologia.

Cominciamo da questi storiografi, e basterà far notare che, per dirne una grande, la conquista della Gallia ci è nota quasi solo per le memorie del conquistatore, Giulio Cesare; ma considerando che l’ex Gallia è oggi la Francia di lingua neolatina, nessuno dubiterebbe che prima era in mano a tribù celtiche, poi divenne parte dell’Impero Romano. Sui particolari, si facciano pure tesi di laurea a fiumi, ma il fatto è un fatto. Così possiamo dire della diffusione del cristianesimo, che è certissima già pochi anni dopo la Resurrezione, in tutto l’Impero ma anche in Iran e India…

I Testi Sacri, trasmessi manoscritti, possono aver subito le note vicissitudini di tutti i codici, come sa chiunque ha pratica di filologia: nella Divina Commedia si leggono ben seicento luoghi con varianti; ma nessuno ha mai dubitato sia opera di Dante, etc.

I termini della vita di Gesù sono delineati in termini precisi: nasce sotto Cesare Augusto e Quirino, e a Betlemme per il censimento, muore e risorge sotto Tiberio e Ponzio Pilato, figure storiche. Di discute invece sulle date, e qualcuno, già in tempi antichi, dava l’equazione 0 = 751 di Roma invece di 753; altri vorrebbero collocare il Natale nell’anno 4 a.C. del nostro consueto computo; il che darebbe conto anche della morte di Erode, riducendo a pochissimo tempo la fuga in Egitto.

Attenzione: come tutti sanno (o dovrebbero sapere!!!), prima della riforma di Giulio Cesare, entrata in vigore non subitissimo, gli anni dell’antichità romana sono sfasati di circa 15 mesi sull’astronomia; e perciò la battaglia di Canne non avvenne nel 216: ma non possiamo cambiare tutti i libri di storia, e ci teniamo le date consuetudinarie.
Sono poi reali i luoghi dei Vangeli, molti dei quali tuttora chiamati Gerusalemme e Betlemme.

Ma quello che convince le coscienze della realtà di Cristo, è l’ambientazione politica, antropologica, sociologica, economica e culturale. Se si escludono i miracoli, che gli Evangelisti considerano “segni” necessari alla predicazione, e non prodigi generici, la lettura dei Vangeli ci porta a un quadro di palese realismo. In breve:

– Dopo varie vicissitudini, la Terra Santa era parte dell’Impero Romano, con una situazione complessa: un potentato locale, quello di Erode, poi diviso tra quattro figli; un potere sacerdotale con valenza politica, quello dei sinedrio; e sul tutto, il potere reale di Roma, che si riservava le forze armate e l’alta giustizia. Tale situazione ci viene attestata simile in molte altre parti orientali dell’Impero, in cui Roma si affidava spesso ai poteri locali.
– Caso molto raro nella storia imperiale, la Palestina è pervasa da movimenti politici e ribellioni, che culmineranno con la guerra del 70 d.C. e la fine di ogni Giudea indipendente.
– La predicazione di Cristo non ha nulla a che vedere con tali moti; e non assume alcuna veste politica, e, come chiariremo, sociale. Tuttavia, se ne fa cenno.
– Il sinedrio e i farisei rappresentano il giudaismo, una variante dell’antico ebraismo, ma ridotta a una serie di minute e pesanti regolucce, e con scarsissima spiritualità e fede in qualcosa. Giovanni Battista e Gesù, come tutti i profeti biblici, sono in evidente legame con la Tradizione, e quindi in opposizione ai farisei “sepolcri imbiancati”.
– Come tutto l’Oriente e, in qualche modo, anche Roma, la Palestina è intrisa di cultura ellenistica; e basti che alcuni degli Apostoli hanno nomi greci o misti: Andrea, Filippo, Bar-tolomeo. È probabile che il processo davanti a Pilato si sia svolto in greco, lingua veicolare del mondo.
– L’ambientazione sociale dei Vangeli è quella di una comunità complessa e dall’economia vivace: compaiono rarissimi nobili e che si possano dire ricchi; moltissimi contadini e pastori e pescatori; commercianti; artigiani; operai; soldati; esattori; donne attive e imprenditrici. San Giuseppe appartiene alla casata di re Davide, e, secondo la Tradizione, era uno stimato falegname: la sua buona condizione economica è attestata dal fatto che si sposa e mette su casa, cosa impensabile (anche oggi!) senza uno status sociale solido e rispettabile.
– La vita economica e sociale della Palestina è misurata in denaro, dalle offerte alle tasse ai “talenti”. Mi sentita una plebea cosa del genere negli asettici e nobiliari miti greci, in cui Ercole mangia come un lupo, ma non paga mai! E invece i fedeli avrebbero potuto comprarsi il pranzo senza moltiplicazione dei pani e dei pesci, se ci fossero stati negozi capaci di vendere a circa 15.000 persone.
– Compaiono alcuni malati e minorati, che Gesù guarisce, e appartengono a diversi ceti sociali.
– Un caso a parte, gli indemoniati, relativamente frequenti: e sarebbe curioso poter stabilire quanti fossero davvero posseduti dal Maligno, e quanti fossero solo nevrotici da disagio personale e collettivo. Se Cristo avesse predicato a Roma, avrebbe avuto da fare con i tanti nobili annoiati che, leggiamo, si suicidavano per svago.
– La percentuale di poveri propriamente detti è quella fisiologica in ogni umana comunità, e Cristo, con molto realismo, avverte che ce ne saranno sempre.

Insomma, la lettura intelligente dei Vangeli ci convince, senza dar retta ai professorini e a quelli in malafede, della storicità di Nostro Signore. Ma dai, storici di mestiere: è molto più probabile incontrare Caifa o Giuda che Muzio Scevola con la mano bruciata!
Buon Natale a tutti, miscredenti inclusi.

Ulderico Nisticò

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