Il Giano bifronte della scuola calabrese: ma auguri

 Auguri a colleghi e ragazzi. Lo scorso luglio, sulla scuola calabrese piovve un diluvio di CENTO E LODE agli esami di Stato; ieri invece si è tenuto un convegno per piangere sui risultati del testi INVALSI, che hanno segnalato risultati tutt’altro che esaltanti; e il 20% di abbandono. Stando ad INVALSI, i fanciulli difettano in italiano, matematica e inglese: poca roba?

 So che tanti miei ex colleghi si affannano a spiegare che INVALSI… non vale; vero o non vero che sia, la scuola calabrese rivela tanti problemi reali, e la Direzione regionale ne prende atto.

 Del resto, non credo che siano rose e fiori nel resto d’Italia. Secondo il mio modesto parere, in gran parte la scuola è rimasta al vecchio diplomificio degli anni 1970, quando un qualsiasi “pezzo di carta” consentiva di farsi assumere da qualsiasi parte: scuola compresa. Oggi che il pezzo di carta non merita nemmeno i soldi per la cornice, bisogna ripensare radicalmente il concetto stesso di scuola.

 L’italiano? Ebbene, un ragazzo di 16 anni deve essere in grado di capire che: “Dante Alighieri nacque a Firenze, che tuttavia chiama sempre Fiorenza; nell’anno 1265, ma in un giorno imprecisato, certo sotto la costellazione dei Gemelli, di cui spesso si vanta e si duole nello stesso tempo; quindi tra maggio e giugno”. Arrivato al Liceo, il ragazzo deve capire quanto sopra parola per parola.

 Giusto; ma anche il diritto di sentir dire: “Chiudete la finestra perché fa freddo”, e non in altro modo, giacché l’italiano non è la lingua dei libri e la finestra invece si dice in dialetto: “Serrati su hinestrala ca s’impersula”; e lo stesso se nel romano dei film di Pierino, o in qualsiasi altro gergo d’Italia, incluso, come insegna proprio Dante, il fiorentino parlato. Un ragazzo deve uscire dalla scuola con perfetta conoscenza dell’italiano, da usare però sia nel tema in classe sia per alludere, trovandosi in uno stadio, ai (presunti) facili costumi della moglie dell’arbitro. L’italiano ha vocabolario e fraseggio anche per il più squallido turpiloquio: leggere il XXI dell’Inferno, l’ultimo verso.

 Lascio esempi di matematica e inglese ai miei ex colleghi. Ma penso che se un giovane esce da una scuola professionale debba conoscere la sua professione, e metterla in pratica: eccetera.

 Conclusione, a scuola si deve andare per imparare; perciò è sbagliato facilitare il tutto in vista di un CENTO E LODE da sbattere sui giornali. Lo studio è difficile e impegnativo…

…e ciò vale per discenti e docenti. Ragazzi, se un sedicenne non riesce a capire come si fa l’aoristo passivo, vuol dire semplicemente che ha sbagliato strada e scuola.

 Intanto oggi, 14 settembre, auguri.

Ulderico Nisticò