In Calabria ci vuole Meiji

MeijiLa Regione Calabria è stata governata – si fa per dire – dai seguenti signori: di sinistra, A. Guarasci, A. Ferrara, P. Perugini, A. Ferrara di nuovo, B. Dominijanni, F. Principe, R. Olivo, G. Rhodio, D. Veraldi, L. Meduri, A. Loiero, M. Oliverio; di destra (ridete!), G. Nisticò, G. Chiaravalloti, G. B. Caligiuri e G. Scopelliti proseguito in Stasi; oggi, di sinistra Oliverio. Il disastroso risultato va ad aggiungersi a tutta una lunga serie di esperimenti sbagliati dai tempi del re Italo e pure prima. Arriviamo dunque alla conclusione che la Calabria è irredimibile, ingovernabile, e ciò non perché, mediamente, il calabrese più guasto del valdostano o dell’altoatesino, o per colpa di qualche sporadico cattivo: in fondo, l’amministratore delegato della Volkswagen si è rivelato moralmente peggiore di tutte le Anime nere con i sottotitoli. No, c’è una colpa profonda, sostanziale, di sistema, antropologico e sociologico, e radicato nella storia. E qui ci scappa un paragone, se è lecito confrontare le cose piccole, piccolissime con le grandi.
Alla metà del XIX secolo il Giappone era un millenario Impero in cui da millenni non succedeva niente, e tutti stavano al loro posto, campando più o meno arrangiati. Uno dei giapponesi, essendo di origine divina, faceva l’imperatore, e stava perciò chiuso tutta la vita in un palazzo senza mai vedere l’Impero; un altro, lo shogun, governava al suo posto, ma decisamente senza impegno; i samurai andavano in giro armati fino ai denti di perfettissime spade che non usavano dai tempi della tentata invasione mongola, e in verità manco allora perché la flotta nemica la distrusse il kamikaze, una tempesta; il popolo fingeva di lavorare. Non stavano male, direi, campavano mici mici, e tenendosi rigorosamente fuori dalla storia. La loro vecchiaia e incrostazione mentale la spacciavano per la Tradizione; e tutti, imperatore shogun samurai e contadini, s’impegnavano a non cambiare mai un bel niente.
Un bel giorno del 1867 salì al trono l’imperatore Mutshuito, al quale saltarono i nervi, e decise di fare l’unica cosa possibile in Giappone: la rivoluzione dell’imperatore contro il popolo. Sempre storti, questi Nipponici! Licenziò lo shogun, ordinò a tutti di ammodernarsi per forza, e in quattro e quattr’otto sbatté a pedatoni il Giappone nel mondo civile. Non fu così semplice, e una buona parte si ribellò, con tanto di guerra civile. Le donne, sempre conservatrici, parteciparono con truppe femminili, ovviamente contro l’imperatore. Mutshuito se ne fregò altamente di loro, dei loro piagnistei, di quelli degli uomini, di quelli dei comodi com’erano; in pochissimi anni, ecco il Giappone come lo conosciamo. La Tradizione restò e resta, eccome, ma non venne più confusa con le cattive abitudini e il farsi mantenere a sbafo. L’era Meiji, così ufficialmente chiamata, fu dunque la sola possibile soluzione della questione giapponese. Quelli che non furono capaci di capire le esigenze della Nazione, peggio per loro.
A noi in Calabria servirebbe un Meiji, uno che faccia la rivoluzione contro tutte le categorie dei fraccomodi di cui la nostra terra pullula ed è gremita: politicanti e passacarte inetti; intellettuali antimafia segue cena; professori affezionati al libro di testo in rigorosa mancanza d’altro; storici bufalari; grecisti di quarta mano e sbarcatori di Ulisse; operatori turistici dilettanti; prenditori di sussidi sbolognati per imprenditori… A tutta questa gente, far pervenire decreto imperiale con un solo articolo: “La pacchia è finita”.
In Giappone quelli che non si adeguarono fecero seppuku detto anche karakiri. In Calabria, gente paciosa, si prevede una raffica di prepensionamenti per malattia: benissimo, non mandate la visita fiscale, anzi… Meglio una mandria di malati fasulli a casa che di fasulli sani alla Regione a rimandare indietro valanghe di fondi europei.
Qualcuno si opporrà… con le armi, pensate voi, come le soldatesse giapponesi conservatrici; con la spada katana a taglio finissimo? Ma no, siamo in Calabria, gente tranquilla, tutti avvocati: a colpi di ricorsi al TAR. Ma siccome anche i giudici sono calabresi, c’è tutto il tempo per prendere provvedimenti in attesa che la sentenza maturi, il cancelliere la notifichi, il messo la porti… Ragazzi, un Meiji ed è fatta!
Peccato che non abbiamo un Mutshuito detto Meiji. Del resto, non siamo nemmeno giapponesi.

Ulderico Nisticò

 

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