Irlanda, brexit e fantasmi del passato

È vero che non tutti i sudditi di Elisabetta II sono d’accordo, ma la linea ufficiale e politica del governo di Londra è la cosiddetta brexit, uscire dall’Unione. Tutti sentiamo e leggiamo che è una cosa complicata, ma, ad oggi, è irreversibile.
Vero anche questo, ma stanno riapparendo i fantasmi del passato, e riappaiono nell’eterno punto debole del sistema inglese, poi britannico: l’Irlanda.

Quando Enrico VIII proclamò quello che allora era uno scisma, poi, con la figlia Elisabetta I, divenne una netta rottura con la Chiesa di Roma, l’Irlanda rimase cattolica; nel 1649 pagò con il sangue sotto la dittatura di Cromwell; fu sottomessa dai latifondisti protestanti inglesi; a stento ottenne una rappresentanza al parlamento, ma solo quando, nel XIX secolo, venne meno il divieto di partecipazione alla politica dei cattolici anche inglesi.
Intanto, i due regni di Inghilterra, con l’Irlanda come possedimento, e di Scozia, costituivano il Regno Unito di Gran Bretagna, e nel 1714 s’insediava l’unico erede protestante, il principe tedesco Giorgio di Hannover, da cui discendono gli attuali, dettisi poi Windsor.

La rivolta irlandese covava, e si fece sempre più violenta. Nel 1916, in piena guerra, un’insurrezione venne domata con molte vittime.
Nel 1922 Londra dovette cedere, concedendo all’Irlanda la condizione di dominion, che, nel 1937, divenne una repubblica. Scoppiata la Seconda guerra mondiale, l’Irlanda restò neutrale.
Ma l’Ulster, Irlanda del Nord, restò britannico, e ciò scatenò non pochi momenti di grave tensione, con attentati mortali da parte dell’IRA (Irish Republican Army, ma da leggere in latino, “ira”), e feroci repressioni inglesi. La discriminante, in mezzo a problemi sociali e politici, era ancora la religione: l’IRA cattolica si batteva non solo contro la Gran Bretagna, ma soprattutto contro i protestanti.

Oggi, ahimè, anche l’Irlanda, anche l’Ulster sono terre “laiche”, nel senso che la religione è sempre di più un fatto privato, e per sempre meno persone di ogni fede. Fatevi un giretto per le chiese italiane, e vedete se non è così! Ma di questo, un’altra volta.
Oggi dunque che le due parti dell’Irlanda non sentono più come importante la divisione religiosa, il partito più consistente dell’Ulster è quello che propugna la separazione da Londra, e l’unione con il resto dell’isola. E, quel che è paradossale, il fragilissimo governo della May si regge con i voti di questi nemici!!!

Se passa la brexit, i confini dell’Ulster diverrebbero anche dogane, con tutte le conseguenze finanziarie ed economiche immaginabili. Un bel problema, e ne vedremo gli sviluppi. Senza scordare che ogni tanto anche la Scozia si vuole separare.
Una conclusione sarcastica: gli Irlandesi odiano da secoli gli Inglesi, ma li devono odiare in inglese, e non nella loro antichissima lingua gaelica di nicchia, e che non capirebbe nessuno; lo stesso per Scozia, e, ora che mi ricordo, il Galles. Del resto, anche l’Europa, senza la Gran Bretagna, userà ancora l’inglese, lingua, nella sua versione popolare, poco letteraria e filosofica, ma praticissima e ottima per le evenienze veicolari.

Non sarebbe la prima volta: dal IV secolo a.C. ad almeno l’Alto Medioevo, tutto il mondo civile usò la koinè, che era sostanzialmente la lingua di una città, Atene, la quale aveva perso da un pezzo ogni potere politico e commerciale, e campava oscuramente e comodamente di turismo culturale romano.
Quanti fantasmi del passato, sentendo le notizie del mattino!

Ulderico Nisticò

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