La cerimonia dell’alba

Molto partecipata, la festa dell’alba, ormai una consuetudine dell’estate. Con la musica mirabilmente eseguita dai maestri Valerio Mazza, Valeria Piccirillo, Barbara Ranieri, è perfettamente riuscita l’integrazione dei versi di Ulderico Nisticò, recitati da Maria Bruna Cuteri e Pino Vitaliano.

Li pubblichiamo qui

Inno al sole nascente
Noi che l’ardore del cielo e il caldo della passione
indusse a non giacere dormendo, e contemplare le onde
e il mare senza confini, restando ad ammirare le stelle,
a noi lentamente scomparve la curva Luna, la falce,
mietendo via i nostri sogni. E noi misurammo il Gran Carro
che non conosce tramonto, e ha lo stesso cerchio nel cielo;
e il minaccioso Scorpione; e, danza di luci, le Pleiadi
segno dei naviganti; e te, Gemma, della Corona Boreale;
e abissi e abissi e abissi di luci, e lontanissime strade,
infinita sequenza di astri, profondo sgomento del cuore;
noi ora ascoltando le musiche, ci torna nella mente ogni numero
che regola i moti del cosmo, che domina i moti dell’anima.
Vediamo nei sogni gli eroi, che senza la patria lontana
condussero frequenti colonie, lasciando l’arida Grecia
per terre di ombrosi monti e di acque,
e ricca di bianche mandrie di buoi e di gravide vigne,
e vennero con navi veloci a cinquanta scalmi di remi,
dopo aver richiesto l’oracolo; e Menesteo di Scillezio,
e da Ege Trifone, Kaulonia; e l’astuto Miscello di Alemone
che scelse Crotone la salubre, un tempo domicilio di Ercole.
E te celebriamo, re Italo, che con la saggezza e la forza
unisti in uno Stato dei popoli, e dai il sacro nome all’Italia.
E disse qualcuno che anche Zeus qui amò Europa,
assumendo solenne candida forma di toro,
madre di Radamanto e Minosse: ed è un falso mito piacevole.
Ci appaiono ora ombre di dei, e Pallade di ogni sapienza
e ogni conoscenza di vita e di sentimento, eccetto uno,
e la sua sorella Afrodite, che nulla le insegnò dell’ardore,
che di ogni mortale e immortale travolge come vento le vene;
e Artemide terribile vergine armata di arco; e di Ares
la furia e la voglia di morte; e Apollo guaritore e veggente;
e te, che d’inverno con Ade trascorri notti nere, Prosèrpina,
e attendi primavera lucente. Si mostrano tra stelle, gli dei,
ciascuno per quello che chiede, e dentro le membra si esalta.
Noi mentre dalle dita di rosa saluta l’antico amore l’Aurora,
noi ora celebriamo il ritorno dei rossi cavalli del Sole,
e diamo congedo alle dolci e diamo congedo alle fosche
e diamo congedo alle inquiete immagini oscure dei sogni,
ciascuno affrontando il destino e il giorno che scalda la vita:
i contadini, le marre; il fuoco i fabbri e l’arsa fucina;
le reti, i pescatori sagaci; gli astuti commercianti, monete;
i sacerdoti di Dio, levando in alto sante le mani;
e noi, cui diede il destino una più dura sorte, il pensiero,
assillo continuo dell’anima, e dubbi che generano il certo
e sempre un vasto vuoto del vero, così all’alta fiamma gridiamo
tre volte Evoè, ed Evoè, ed Evoè, acuta pena, e di volere sapere,
che non ci permette riposo, per noi felice dolore.
E andate voi verso il giorno, cui è stato concesso scordare.
E ora tutti assieme, sapienti e donne industriose al telaio,
e di ogni arte maestri, e madri feconde di vita,
e dalle forti braccia operai, e di ogni scelta e ogni sorte
di fronte al mare immortale, cantiamo i nostri inni alla luce.