La provincia di Catanzaro, e qualche idea

 Prima dell’oggi, prendiamola alla lontana. Nel mondo moderno, le province sono uno strumento amministrativo locale degli Stati centralizzati. Ne fece uso politico Luigi XIV re di Francia, per controllare i feudatari e le città; conservò e potenziò lo strumento Napoleone, facendo delle province una diramazione dei ministeri, e in particolare degli Interni, e sotto l’autorità di quello che, in forma neoclassica, chiamò prefetto (praefectus).

 Nel Regno di Napoli, le province erano più antiche, istituite da Filippo II (1556-94) e affidate a un preside (praeses), sebbene in modo molto meno autoritario del prefetto napoleonico. Per quel che ci riguarda, nacquero la Calabria Citra Naethum, con capoluogo Cosenza; e la Calabria Ultra con capoluogo (saltiamo molti passaggi) Catanzaro. Il confine era, come si legge, il Neto. All’interno delle province c’erano feudi e città demaniali; nella Ultra: Taverna, Crotone, Catanzaro, Tropea, Stilo, Reggio.

 Sotto l’occupazione francese (1806-15), vennero aboliti i feudi; e, nel 1807 o nel 1811, istituiti i decurionati, odierni comuni, fino all’esagerato numero di 409 in Calabria; oggi ridotti, si fa per dire, a 404. Ma le province rimasero due.

 Ferdinando di Borbone (IV/III 1759-1815; I delle Due Sicilie 1816-25) ne istituì tre: Calabria Ultra Prima (odierna Reggio); Calabria Ultra Seconda, estesa anche a nord del Nero; Calabria Citra (attuale Cosenza). Nel 1992, a spese di Catanzaro vennero create le due province di Crotone e Vibo V. Reggio rimase nei sui confini, poi intitolandosi Città Metropolitana; mentre nessuno osò mai toccare un palmo di Cosenza; Cosenza che, moltiplicata per cinque fa l’Albania; e per sei, il Belgio o i Paesi Bassi.

 Intanto il concetto stesso di provincia e la sua natura giuridica e politica subivano e subiscono continue vicissitudini, che profumano di compromesso tra l’idea di abolizione e la mancanza di decisione dei politici. Perciò alle Amministrazioni provinciali restarono delle poco definite attribuzioni, eppure delle responsabilità; e deleghe regionali; e seri problemi di sussistenza finanziaria e di bilancio.

 In tali condizioni, le province non godono delle simpatie popolari. Nulla vieta però che, superando il rischio di restare mera burocrazia, possano assumere iniziative squisitamente politiche nel senso migliore del termine, per la valorizzazione del territorio, mantenendo un atteggiamento di interlocuzione con la Regione.

 Un esempio? Quel settore in cui è gravemente carente la Regione Calabria dal 1970, l’attuale inclusa, cioè la cultura, con il suo importante corollario: il turismo culturale.

 Cultura, ovviamente, nel senso di cultura, non i soliti piagnistei pseudosociologici retribuiti, in cui eccellono gli intellettuali calabri; e sogni di glorie che mai furono e mai saranno; e sbarchi di Ulisse ogni due o tre chilometri delle nostre coste… e montagne: non scherzo, montagne.

 Ci vogliono idee; sotto chi ne ha; basta chiedere nelle debite forme, ma, eventualmente, senza poi rinvii. So quello che dico, e lo so per esperienze dirette della provincia di Catanzaro: ne ho subite di negative, ma anche di buone.

 E qui mi fermo. Auguri, presidente Mormile.

Ulderico Nisticò