Le pensioni e Garibaldi

articoliutenti1Il problema delle pensioni o meglio quello di ottenere la pensione (esodati docent!) è una, e non certo trascurabile, delle tante anomalie italiane che di questi tempi stanno mettendo a dura prova la pazienza e le condizioni mentali di quelle migliaia di cittadini i quali, dopo avere lavorato duramente per 35 o 40 anni (e forse più), si vedono iniquamente negata manu legis la pensione, nel 99% dei casi unica fonte di sopravvivenza. Sembra, insomma, una sorta di supplizio di Tantalo (che circondato di acqua e frutti non riusciva a bere o mangiare) andare in pensione perché, appena sembra raggiunta, subito si allontana per intervento governativo: appunto come l’acqua e il cibo di Tantalo per condanna degli Dei. Questo problema, invero, è tutto moderno, anzi contemporaneo, perché ai tempi in cui il secondogenito di Domenico Garibaldi e Rosa Raimondo, ovvero sia l’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, conquistò il Regno delle Due Sicilie, la pensione era la cosa più facile da ottenere, proprio per merito del Garibaldi. Allora, il conquistatore del Regno duosiciliano non si fece alcun problema sulla copertura finanziaria, sul pil, sullo spread…, nossignore. Così, appena entrato nella capitale del Regno alla testa delle sue camicie rosse il 7 settembre del 1860, il generale per eccellenza non perse tempo ed emanò un decreto dittatoriale col quale si attribuiva mano libera sui notevoli depositi pubblici del Banco delle Due Sicilie: oltre 33 milioni di ducati, oggigiorno miliardi di euro. Il nuovo sistema pensionistico, davvero tout-court, ha inizio il 25 settembre del 1860 quando Garibaldi concede la pensione di 60 ducati (circa 13.000 euro) alla figlia di Carlo Pisacane, quello della Spigolatrice di Sapri, e prosegue quattro giorni dopo con le sorelle di Agesilao Milano, condannato a morte per avere sparato nel 1856 al re Ferdinando II, che poi (pare) morirà per le ferite riportate. Si tratta, in questo caso, di una pensione “d’oro” (simile a quella di certi odierni manager pubblici e privati), 2000 ducati (450.000 euro circa), che i nostri esodati non possono neppure sognare. Ma questo ancora non è nulla, perché il vero “botto” Garibaldi lo fa il mese successivo, il 23 ottobre, quando con patriottica generosità emana un altro decreto per prelevare dalla Real Casa 6 milioni di ducati (oltre 2,2 miliardi di euro) affinché siano distribuiti a quanti abbiano in qualunque modo subito dolori e sofferenze da parte dei Borbone. E’ facile capire come a quel punto si sia scatenata una sorta di gara a professarsi tutti vittime dei tiranni borbonici; successe, insomma, quanto accadrà in Italia dopo il 25 luglio 1945, ossia subito dopo la caduta del regime: tutti i 45 milioni di Italiani fascisti divennero 45 milioni di italiani antifascisti e partigiani, pronti a millantare azioni eroiche e meriti mai acquisiti. E così Raffaele Conforti, che era stato ministro “costituzionale” del governo nel 1848 per soli 40 giorni, riceve da Garibaldi e soci una pensione di 60.000 ducati (qualcosa come 13 milioni di euro). “Naturalmente Garibaldi, scrive Gilberto Oneto in “L’iperitaliano. Eroe o cialtrone? (Il Cerchio editore, 2006) non dimentica in questa occasione gli amici più cari. Alexandre Dumas, nominato responsabile di Pompei ed Ercolano, viene strapagato per soprintendere a un progetto di scavi decretato con straordinaria tempestività il 12 settembre. Assegna alla Camorra un contributo di 75.000 ducati (circa 17 milioni di Euro) da distribuire ai bisognosi. Con un decreto del 26 ottobre, poi, Garibaldi attribuisce una pensione vitalizia di 12 ducati mensili (circa 2.700 Euro) a Marianna de Crescenzo (sorella del capo della Camorra), Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher e a Pasquarella Proto, e cioè all’intero vertice femminile della Camorra. Il dittatore e i suoi collaboratori prelevano in continuazione, con un semplice biglietto scritto e senza fornire alcuna giustificazione. Nel giro di due mesi, le casse vengono completamente svuotate, ma non cessano le richieste”. L’esercito dei postulanti, una volta soddisfatti quanti erano stati vittime del Borbone, cambia faccia e dalle pensioni si passa alla richiesta di posti di lavoro, incarichi, prebende, in nome di quanto hanno fatto per la liberazione del Meridione dai cattivi Borbone. E Garibaldi? L’eroe per antonomasia del Risorgimento e Gran Maestro della Massoneria italiana non era certo un poveraccio, come risibilmente ha dichiarato Roberto Benigni in Tv al Festival di Sanremo nel 2011, possedendo addirittura un’isola (Caprera), uno yacht, allevamenti di bestiame con una trentina di dipendenti, ecc., anche se effettivamente gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da difficoltà economiche causate specialmente dalla disonestà di due dei suoi figli, Ricciotti e Menotti, che avevano tentato di speculare sul boom edilizio di Roma, neo-capitale. Per questo motivo il Governo italiano, senza badare a pil, spread o alla copertura finanziaria, gli offrì garbatamente la “modica” rendita annua di Cinquantamila lire: pari alla rendita di due milioni di lire-oro, donde l’ex eroe dei due mondi fu sopranominato dalla Rivista “Civiltà Cattolica” Eroe dei Due Milioni. Alla sua morte, secondo quanto scrive Erminio De Biase in L’Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie (Ediz. Controcorrente 2002), il Parlamento votò una pensione di 10.000 lire per la vedova e per ciascuno dei figli, Menotti, Ricciotti, Teresita, Clelia e Manlio, ossia altri trecentonovanta milioni di lire annue prelevate dalle casse dello Stato, il cui Parlamento solo 15 anni prima aveva imposto alla popolazione, tra le altre, la famigerata tassa sul macinato.

Adriano V. Pirillo

 

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