Leggi, interpretazioni e assurdo

martelletto1Quando leggo che un giudice condanna a risarcire i ladri, il mio primo impulso non è di adirarmi ma di ridere come un matto per l’evidente ossimoro. Senza dubbio il solerte magistrato (è una donna, ma io non faccio abuso di declinazioni) ci mette del suo, con un colpo di ideologia da mal digerite letture e frequentazioni di riunioni e chiacchiere ugualitarie e democratiche; ma prima di lui (o lei) sono sbagliate le leggi, confuse, contraddittorie e scritte da analfabeti giuridici.
Io so che l’eccesso di legittima difesa è un reato, cioè che io, se un ladro mi entra in casa, posso difendermi, e se detengo regolarmente una pistola farne uso, però se, sparato un colpo, quello scappa, non gliene posso sparare un altro per ferirlo o ucciderlo. Si noctu furtum faxit, si im occisit, iure caesus esto, recitano le Dodici Tavole antichissime dei Romani, ma è implicito che devono intercorrere degli estremi: la notte, la mancanza di aiuti… e non devo uccidere, se basta di meno. Questo è il discrimine tra legittima difesa ed eccesso.
Se dunque il derubato spara non per scacciare il ladro ma per ferirlo o ucciderlo, commette reato, non c’è dubbio. E ciò riguarda il Codice Penale.
Ma che diamine c’entra passare il risarcimento al ladro? Secondo la più ovvia logica, il ladro, nel momento in cui mette in atto un furto, si pone fuori della legge; e non può ricorrere alla legge medesima per essere addirittura risarcito di un danno subito durante la commissione di un reato. E poi, il risarcimento riguarda il Codice Civile, tipo incidente stradale in cui non ci sia dolo, ma comunque si causi un danno a persona o cosa. E, come che sia, quello di ladro mica è un mestiere tutelato dalla Carta del lavoro del 1927 V E.F., e seguenti provvedimenti! Che il ladro dunque venga risarcito, qui c’è un concorso di assurdità tra l’interpretazione del giudice e la follia della legge.
Urge un Giustiniano che abolisca un po’ di robaccia e riscriva da zero i Codici.
E urge che i giudici non possano divenire tali senza prima aver studiato, e sul serio, al Liceo filosofia, e all’Università filosofia del diritto. Di certi magistrati, dubito.

Ulderico Nisticò

 

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