Non voglio magliette rosse per Desirée

Quando Don Luigi Ciotti, di Libera, e Francesco Viviano, giornalista di Repubblica, lanciarono l’iniziativa #magliettarossa per fermare l’emorragia di umanità e per ricordare i tanti bambini migranti morti in mare e, in generale, tutti coloro che hanno perso la vita nelle traversate, tanti personaggi pubblici come Fiorella Mannoia, Vasco Rossi, Roberto Saviano, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Alessandro Gasmann, Vanessa Incontrada, Rosy Bindi, Laura Boldrini e chi più ne ha più ne metta, si precipitarono, entusiasti, nelle piazze vere o in quelle virtuali dei social con indosso una maglietta, più o meno costosa, di quel colore. L’intento ufficiale era quello di contrapporsi alla deriva razzista dell’italiano medio spaventato dall’invasione del diverso con la pelle scura e dalle invettive del ministro dell’interno leghista. Probabilmente c’era anche una motivazione ufficiosa, meno nobile, ma che come un cavallo di Troia, tendeva a conquistare con l’inganno i cuori malati degli italiani spaventati. E dietro questi signori dal portafogli gonfio, tanti italioti vogliosi di una giustizia che ancora oggi stentano a capire.

Sei mesi prima a Macerata, la diciottenne Pamela Mastropietro veniva violentata, fatta a pezzi e chiusa in due valigie mentre era sotto l’effetto di droghe che gli stessi suoi aguzzini le avevano procurato. Si trattava di extracomunitari nigeriani, di cui uno è sotto processo e in carcere dopo aver confessato. Si chiama Innocent Oseghale, un nome, un programma. Tre giorni dopo uno psicopatico incensurato di 28 anni, Luca Traini, con la scusa di vendicare la povera Pamela, ha sparato all’impazzata verso alcuni ragazzi di colore che avevano la sola colpa di bighellonare per la città.

Qualche giorno fa, l’ultima barbarie ai danni di un’altra ragazzina, stavolta minorenne, in pieno centro a Roma, in un quartiere, San Lorenzo, feudo di universitari, centri sociali e extracomunitari non tutti regolari. Lei era Desirée Mariottini, 16 anni e chi l’ha drogata, violentata e uccisa, sembra fosse un branco di stranieri non regolari, col permesso di soggiorno umanitario scaduto da qualche mese. E se non fosse tragico, la cosa susciterebbe grande ilarità: accolti con spirito umanitario ma che esportano nel nostro Paese la loro personale disumanità.

Non voglio fare pantomime, reprimende e nemmeno del bieco moralismo. Anche perché di donne uccise da uomini italiani ne sono pieni i giornali. Ma è il significato che alcuni vogliono dare al termine “umanità” che mi lascia basito. E, di conseguenza, le iniziative messe in piedi ad arte per dare a quel termine una valenza faziosa che possa calarsi nel contesto sociale a cui si rivolgono i manifestanti provocando, volutamente, un ipocrita scontro ideologico.

Non è altro che pura e semplice ipocrisia quella di chi pensa che sia disumano la morte di un immigrato che attraversa il mediterraneo con lo scopo di rifarsi una nuova vita lontano da fame, guerre e persecuzioni, tanto da meritare una parata utile solamente (e questo è bene che si capisca) a scioccare gli italiani sempliciotti, bigotti e perbenisti rincoglioniti dai vari megafoni di partito. Ritengo, per quanto si tenti di far passare il messaggio contrario, che non ci sia nessuno in Italia a cui non dispiaccia che un bambino muoia in mare nel tentativo di rendere migliore la propria esistenza. E voler a tutti i costi spettacolizzare questo tipo di dolore, non significa evitare quelle morti, ma solo ed esclusivamente lanciare il messaggio che chi ha indossato una maglietta rossa è migliore di chi non lo ha fatto. E questo è molto più disumano.

Pamela, Desirée e lo stesso Traini sono vittime dello stato sociale fallimentare che la seconda repubblica ha avallato consapevolmente dal 1993 ad oggi. Berlusconi, Prodi, Bossi, Fini, D’Alema, Renzi sono i veri mandanti di questo viaggio in discesa, senza freni, a fari spenti e su una strada di montagna senza guard rail (o al massimo con quelli sul modello che Autostrade utilizzava sulla A16 nei pressi di Avellino). Non esiste protezione per il cittadino comune, anche quando è palesemente in pericolo. Non c’è controllo per chi evade le tasse, lavora in nero, spaccia droga, sfrutta i migranti. Siamo diventati un ginepraio di furbi che calpestano il prossimo per soldi. E l’Unione Europea a cui abbiamo affidato gli ultimi scampoli di speranza in una ripresa economica, si contrappone con deridente cattiveria al nostro, forse sbagliato, tentativo di cambiamento. Prendete il reddito di cittadinanza. Quegli stessi stilisti di rosso vestiti, inveiscono contro questo strumento che privilegerebbe quei furbetti che non hanno voglia di lavorare e che è subordinato alla riforma dei CPI che, come è risaputo, in Italia è impossibile operare, vuoi per l’incompetenza dei nostri dipendenti pubblici, vuoi perché non ci sono i soldi per farlo. Poi si scagliano con veemente ferocia contro chi vuole chiudere quei campi di reclutamento per la malavita che sono gli sprar e i centri di accoglienza perché farlo sarebbe disumano. Il che equivale a dire che provare ad aiutare gli italiani incompetenti, fancazzisti e raccomandati è disumano, rinfoltire le truppe cammellate della malavita organizzata con braccia robuste del continente nero è una figata.

Ci sarà chi “vorrà” fraintendere queste mie parole, ma solo per non dover ammettere che bisogna darsi una calmata senza per forza trovare un colpevole… solo perché è più redditizio avere uno a cui dare la colpa. Edoardo Bennato nella canzone “Non è amore” diceva che “tra la freddezza e la follia ci deve essere una terza via” e non mi aspetto che qualcuno si impegni troppo per cercarla. Forse, e dico forse, si può provare ad accogliere con giudizio e allo stesso tempo aiutare gli italiani. Aiutare italiani ed extracomunitari a non uccidere. Aiutare italiani ed extracomunitari a non morire. Aiutare italiani ed extracomunitari a lavorare, mangiare, divertirsi, sognare. Ma poi arriva quello importante, quello vip, che mi dice che basta indossare una maglietta colorata e passa il mal di pancia. Ed io chiudo gli occhi e dormo. Per non vedere le loro brutte facce.

Gianni Ianni Palarchio (Blog)