Politica estera di Conte

La cattura, dopo 37 anni di villeggiatura, del criminale Battisti è solo uno dei molti momenti della vivace politica estera del governo Conte, o piuttosto proprio di Conte in persona, il quale ieri 14 gennaio ha puntato saldamente i piedi con l’UE a proposito di immigrazione, e oggi 15 è in due Paesi africani, senza dubbio per discutere di come aiutare gli Africani in Africa. È ben evidente cosa stia facendo lo stesso Conte in Libia, dove ha messo alla porta la sempre avida e sempre pasticciona Francia.

Il mondo non era abituato a una politica estera italiana… e non lo è da secoli, da quando il solo Stato italiano a farne era stata Venezia per ovvie ragioni commerciali; e solo dopo il Savoia; i Borbone non ne ebbero mai una, e pagarono l’errore nel 1860.
Ma anche lo Stato unitario annaspò. Provò a fare politica di potenza nel 1866, ma rimediò, per l’insipienza di Cialdini, Lamarmora e Persano, una pessima figura militare; e finì quasi all’ombra delle Triplice prima, e dell’Intesa poi. Quando tutti conquistavano quasi gratis colonie in Africa e Asia, e senza quasi sparare un colpo, l’Italia proclamò la “politica del piede in casa”, e quando dovette conquistare qualcosa, fu solo a prezzo di difficili guerre.

Come tutti i regimi forti, il fascismo attuò una vivace e decisa politica estera; ma la sconfitta del 1943 e l’8 settembre ne segnarono la fine, e la subordinazione a stranieri: quel che restava del Regno, agli Angloamericani; la stessa Repubblica Sociale, di fatto, se non nelle forme, alla Germania.
La Repubblica, nel dubbio, mise nella sua costituzione la rinuncia alla sovranità, e fu tutto un proclamare qualsiasi cosa: la NATO, l’Europa, persino l’insignificante ONU; tutto, tranne che una politica estera italiana.

In realtà non fu così, e, all’italiana, ci si barcamenò nell’ombra: tutti per Israele, e poi sotto sotto con gli Arabi; tutti americani anzi amerikani, però poi anche amici di Mosca…
Quanto all’Europa, ufficialmente i governi hanno inteso l’Unione come sottomissione: “ce lo chiede l’Europa” fu la spiegazione di ogni tassa e di ogni peggiore e più spietata fornerata: neologismo da Fornero, lacrimosa e rapace ministressa di Monti, entrambi agli ordini dell’Europa e della Germania.

Conte, al contrario, afferma che l’Italia farà esattamente come tutti gli altri Stati dell’Unione (o sedicente tale!), cioè i propri interessi. Farà come la Francia, che mette sempre al primo posto la Francia; come la Germania, che è sempre uber alles… e, nemmeno troppo larvatamente, dice che potrebbe fare come la Gran Bretagna, e tanti saluti.
È chiaro che è un ballon d’essai, come si dice in artiglieria, un colpo di prova; però, di solito, dopo l’essai inizia il fuoco vero, e l’Europa farebbe bene a cambiare radicalmente la sua visione dell’Italia e della sua politica estera; politica estera che l’Italia ha radicalmente cambiato.

Anche perché a maggio si vota, e dell’attuale classi dirigente europea non credo rimarrà manco la memoria.
Se l’Europa vuole davvero sopravvivere, anzi iniziare a vivere, dev’essere unita e paritaria, senza furbate e senza ingiustificate spocchie da libri di storia dei secoli che furono.
Non basta il Governo; serve una cultura della politica estera, che contemperi una concezione globale del mondo con la difesa e l’esaltazione degli interessi nazionali. Il nazionalismo non è affatto chiusura e grettezza; e il contrario, è, come cantò il d’Annunzio nella Nave,

alza la prora, e salpa verso il mondo.

Ulderico Nisticò

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