Quanto alla Cina, tutti cadono dal pero

Brutta cosa, la memoria! Grazie a questa, io ricordo benissimo essere anni che si parla di una NUOVA VIA DELLA SETA, e i giornali e tv di regime (tutti!) ce la presentavano come una straordinaria ideona e grandissima fortuna, soprattutto per i porti di Trieste e di Genova. Anni e anni, quindi molto prima che Conte e Salvini e Di Maio nemmeno si sognassero di andare al potere.

La Via della seta, meno poeticamente, è una serie di accordi con la Cina. E qui bisogna raccontare cos’è questa strana Cina, e tentiamo di farlo in sintesi:

– nel XIX secolo, l’immenso impero, entrato in cachessia politica, venne di fatto spartito tra Gran Bretagna, Francia, Russia, Stati Uniti, cui si aggiunse prepotentemente il Giappone; nel 1911 venne abbattuta la monarchia, e la repubblica che ne seguì fu un disastro;
– tra gli interessi coloniali, forse il predominante fu fare della Cina un gigantesco mercato dell’oppio, che divenne l’attività – si fa per dire! – del cinese medio, bighellonante da una fumeria all’altra;
– finita la Seconda guerra mondiale, s’impose il comunismo di Mao, sebbene in conflitto con la comunista Unione Sovietica: e meno male!
– da allora successero cose di cui non si accorse quasi nessuno, e di cui ora vediamo gli effetti: la Cina resta sempre una dittatura a partito unico, quello comunista, però questo convive con un capitalismo molto particolare, che, usando braccia poco pagate e di scarsa valenza professionale, e giocando non sulla qualità ma sulla quantità, ha arricchito enormemente qualcuno, e dato da vivere a quasi tutti;
– insomma, quello che ancora chiamano comunismo è in realtà il ritorno al millenario confucianesimo e taoismo, fondato sul “volere del Cielo” (entità non definita), e su ferree e raramente permeabili gerarchie sociali.

Così la Cina ha inondato il mondo di produzioni dozzinali, distribuite da un ceto di piccoli commercianti dall’inesauribile capacità di lavorare e dalla encomiabile disciplina: aprono negozi, sono gentilissimi, si comportano benissimo, poi chiudono e se vanno.

Accumulando così ciclopici guadagni in dollari ed euro, la Cina li deve reinvestire, e proprio in Europa e nelle Americhe. Questa, in riassunto, è la Via della seta.
Ora che l’Italia si accorda, l’Europa protesta; poi trapela che sono assai sostanziosi gli investimenti cinesi in Germania e Francia e altrove, e non abbiamo sentito protestare né la Merkel né Macron né i giornali e tv italiani politicamente corretti e oggi improvvisamente anticinesi. Come al solito, si fanno figli e figliastri.

A titolo strettamente personale, è ovvio che, se l’Europa di Bruxelles non è d’accordo, io sto, alla cieca, con la Via della seta. Ma siccome questo mio sentimento – molto condiviso – è generico e varrebbe anche per l’orario legale, non basta, e serve molta accortezza politica e di scienza economica.

Serve che la Via sia biunivoca, e se la Cina esporta, così importi le nostre produzioni. E qui è il punto di forza dell’Italia, quella capacità di innovazione che Confucio sconsiglia, direi vieta ai suoi devoti, i quali da almeno quattromila anni fanno sempre le stesse cose, e molte sono discutibili! E figuratevi quanto è vero con il confucianesimo comunista.
Quanto a Trump, anche nel suo caso l’istinto sarebbe di rispolverare il vecchio e sessantottino “Fuori dalla Nato”, ma è anacronistico; e basta rivendicare l’indipendenza nazionale.

Pr chiudere questa carrellata di esteri, dovrei parlare anche di brexit: ma non ci hanno capito niente gli Inglesi a Londra, volete che ne sappia qualcosa io a Soverato?

Ulderico Nisticò

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