Se gli intellettuali ispirassero la politica…

Se gli intellettuali ispirassero la politica, sentite questi pochi ma significativi esempi:

– a Siracusa ci sarebbe la Repubblica di Platone, ovviamente tuttora e senza mutamenti dal IV secolo a.C.: e invece Platone fallì, e lo vendettero schiavo;
– a Roma governerebbero i saggi e colti, come nel ciceroniano Sogno di Scipione: e invece, senza l’Impero, sarebbe stata un disastro;
– al posto della corrotta Città dell’uomo, insegna sant’Agostino, regnerebbe la Città di Dio: e invece…
– l’Europa, anzi il mondo, sarebbero un solo Impero cristiano, governato da un Cesare e illuminato dalla Chiesa, come canta Dante nell’intera Divina Commedia: e tutti ammiriamo la Commedia, e ognuno si fece uno Stato per conto suo;
– da qualche parte ci sarebbero le città ideali descritte da s. Tommaso Moro in Utopia e dal Campanella nella Città del sole: sorvoliamo…
– l’Italia sarebbe rimasta indipendente e potente, come vuole il Machiavelli nel Principe, in attesa di istituzioni civili e militari come quelle romane: seguirono tre secoli di dominio straniero vario;
– tutti gli uomini sarebbero uguali e felici, come insegnarono gli illuministi del XVIII secolo: iniziò Robespierre con la ghigliottina…
– l’Italia sarebbe risultata unita federale e non unificata, come spiegarono il Gioberti, il Balbo, il Cattaneo: e invece ne uscì una centralista;
– il comunismo di Marx, secondo il poeta Aragon, era “i domani che cantano”: andatelo a dire a Mosca, e vi sparano!
– l’Europa sarebbe il paradiso sognato dai suoi ideatori, e non quello che effettivamente è, una cosa arrangiata;
– scrittori, poeti, cantanti, registi, sceneggiatori e altri propugnano l’immigrazione a tutto spiano; e tutti gli Stati chiudono porti e aeroporti; e i cittadini vanno a votare fregandosene di Sanremo e roba del genere.

Gli intellettuali, dunque, non ispirano; e ciò soprattutto in questa Italia del 2018-9; e mica solo sulla questione migranti, ma su un mucchio di altre importantissime question.

Come mai gli intellettuali non riescono mai a convincere il popolo? Ce lo spiega uno che, secondo gli intellettuali, è un poveretto buono solo per gli esercizi di greco ginnasiale; e invece secondo me la sapeva lunga. Ecco cosa scrive Senofonte: “Quando il popolo crede che il governo gli faccia del bene, obbedisce; ma quando si accorge che gli fa del male, non può essere né costretto né ingannato”; non costretto, perché già soffre; non ingannato, perché se ne accorge oggi, e non aspetta i “domani”. Se in Italia ci sono cinque milioni di poveri assoluti, cosa volete che gliene freghi, di andare al cinema e farsi spiegare quello che sarà?

E già, amici lettori: come avrete ben capito, tutti gli intellettuali sopra elencati hanno una caratteristica comune, il “domani”, la profezia, l’annunzio, il rinvio: mai uno di loro affacciò una proposta per il presente, per la soluzione di un problema reale e immediato; di come far mangiare, dormire al caldo, vestire eccetera la gente di oggi; le strade; le fogne: ma no, tutti felici, però domani… domani, non nel senso del 18 febbraio, essendo oggi 17, ma un domani molto, molto vago, senza data: come sono, del resto, sempre le profezie. Sono rimozione delle disgrazie presenti, e trasferimento dei problemi a dopo. Sono belle, necessarie, poetiche: ma mica sono vere.

Ovviamente, e siccome chi è sazio non crede che un altro sia digiuno (“u gurdu ‘on crid’o dijiunu”, in versione originale), se il popolo vuole mangiare oggi 17 e non aspettate il 17 febbraio 2020 e oltre, guardano il popolo con il massimo sussiego e disprezzo.
Ora spero che nessuno scemo del villaggio mi risponda che anch’io sono un intellettuale. Mai, ragazzi: io sono “un portatore sano di cultura”. Sano!

Ulderico Nisticò

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