“’U Tirannu senz’anima”, il brigante calabrese che si oppose per primo ai francesi di Napoleone

È fresco di stampa, per le edizioni di publishing ilmiolibro.it, il poemetto in versi dialettali calabresi ‘U Tirannu senz’anima. La plaquette di 114 quartine, alternativamente in endecasillabi e settenari, ripercorre la tormentata esistenza del brigante di Montepaone, Giuseppe Russo (1781-1811), che fu uno dei primi “fuorbanditi” che insorsero contro l’occupazione francese del Regno di Napoli, nel periodo 1806-1825. Autore è Francesco Pitaro, giornalista, originario di Gagliato ma che da anni vive a Montepaone, già collaboratore di Radio Vaticana, Quotidiano della Calabria, Gazzetta del Sud, i Calabresi nel mondo, Calabria Sconosciuta  e Calabria Letteraria.

Con quest’ultima pubblicazione, sono sette le sillogi in versi dialettali che Pitaro ha finora prodotto. In precedenza, oltre ad altri lavori di storia e cultura locale, ha stampato: Penzéri ô fhocularu, poesie in vernacolo calabrese (1992); Tiempi antichi, poesie dialettali calabresi (1997); Schizzi di…Versi, epigrammi e poesie giocose dialettali (2012); A Muntipauna, storia di una comunità in versi dialettali (2013); Magico Natale, racconti e poesie dialettali calabresi (2013); Cunti e canti, personalità calabresi illustri, in versi (2014).  

«Questo poemetto in versi dialettali – scrive l’autore nella premessa –, sebbene sia dell’avviso che vada letto senza interruzioni, si presenta come una medaglia a due facce. Vi è una parte che, con un termine cinematografico, potremmo definire “in soggettiva”, là dove il protagonista racconta la sua esperienza in modo piuttosto emotivo; e un’altra in cui si narra in terza persona e l’inquadratura è oggettiva e asettica». Nella prima parte – in corsivo e scritta in versi endecasillabi piani, a rima alternata –, «mi sono sforzato di calarmi nella psicologia del personaggio, cercando di scandagliarne gli stati d’animo di sofferenza e di frustrazione che avrebbero potuto interessare non solo Giuseppe Russo, il brigante di Montepaone, ma in generale tutti coloro che hanno vissuto la sua stessa esperienza di “fuorbanditi”, come venivano burocraticamente definiti». Nella seconda – in chiaro e in settenari piani, sdruccioli e tronchi –, il cronista e l’osservatore obiettivo, le peripezie e le nefande azioni di scellerataggine spicciola e gratuita, di cui il brigante si rese artefice nel corso delle sue scorribande e rappresaglie, fanno aggio sul poeta. Rivelando, in ciò una figura senza scrupoli, abietta e sanguinaria.

Tra i briganti,  che  nel decennio francese, di più fecero parlare di sé, ricorrono molti nomi di calabresi. Dei più famosi di essi vanno ricordati, per la loro efferatezza ed animosità, Paolo Mancuso, detto Parafante, di Scigliano; Giuseppe Rotella, detto Il boja, di Tiriolo; Francesco Muscato, detto Bizzarro, di Vazzano; Francesco Curcio, detto Orlandino, di Petrizzi; Giuseppe Pisano, detto Il cagno, di Montauro; Giuseppe Russo, detto Tiranno, di Montepaone.

Il soprannome di “Tiranno senz’anima” se lo pose lui stesso il giorno in cui furono tratte in arresto, evidentemente per favoreggiamento o per costringerlo alla resa, il padre, la madre e la sorella. Russo ebbe finanche il cinismo di mandare a dire al comandante  del distretto di polizia che «se avea bisogno di polveri, palle e funi, l’avrebbe mandati esso» per uccidere o impiccare i suoi famigliari. Perché, aggiunse, «eu sugnu nu tirannu senz’anima».

Giuseppe Russo nacque a Montepaone nel 1781 da «vilissimi parenti» ed esercitava il mestiere di guardiano di buoi. Non certo per senso di giustizia, ma perché «portato alle scellerataggini», fu il primo che nel comprensorio di Gasperina si mise alla testa di un manipolo di briganti e si diede al saccheggio ed agli agguati. Al brigantaggio spicciolo, insomma.

A sentire il generale Jannelli, responsabile della campagna  repressiva in Calabria, il suo raggio di azione spaziava dal territorio di Squillace fino alle montagne di Assi e di Stilo. Più volte si rese protagonista di azioni armate in Gasperina, Montauro e Montepaone. Qui addirittura rapì il parroco Saverio Pollinzi ed «il figlio del signor Muraca», che rilasciò dopo che per entrambi fu versato un cospicuo riscatto. Irruzioni armate compì a Montauro, dove tenne sotto sequestro, anche qui, il parroco del paese «ed altri gentiluomini primarj». Molti furono gli incendi che appiccò a scopo intimidatorio; fra i malcapitati anche un tale signor Pepe di Squillace che «ebbe dal suddetto, incendiato un fondo d’ulivi».

L’avvistamento della banda del Russo da parte dell’aiutante generale Jannelli avvenne il 25 dicembre 1810 nella zona marina tra Soverato e il Piano di Sajnaro. Quel giorno fu ingaggiato un accanito combattimento fra le guardie civiche e i briganti del Tiranno. Questi ultimi, vistisi senza scampo,  tentarono disperatamente di guadagnare la deriva  con delle barche rimediate all’ultimo momento. Ma, ad eccezione di Giuseppe Russo, furono tutti sterminati sotto i colpi della fucileria  civica. A cadere esanimi furono i briganti Nicola Clerici, detto Il crozzo, Giuseppe Aiello, detto Càttara, Damiano Greco, detto Sciabolella, Emanuele Favari, Giuseppe Carfallà, Giuseppe Calabretta, Domenico Vatrella e Saverio Carcoglioniti. Il loro capo, braccato dalle colonne dell’aiutante generale Jannelli, fu sorpreso nell’abitazione di Giandomenico Madonna a Stalettì. Nonostante fosse circondato da uno squadrone di armati, Russo volle comunque vendere cara la pelle e sostenne uno scontro a fuoco che «durò quasi un’ora». Dopodiché  il capobrigante rimase ucciso ed il Madonna ferito e catturato. Era il 9 febbraio del 1811, e finiva così la breve ma intensa avventura del brigante di Montepaone.

Si sa, gli storici di oggi sono piuttosto combattuti se definire ogni manifestazione di brigantaggio – e qui il periodo preso in esame è il cosiddetto decennio francese che va dal 1806 al 1815 –, un moto collettivo di soperchierie, di rapine e assassinii tout court, o viceversa un fenomeno prettamente rivoluzionario, ancorché rusticano, spontaneo e disorganizzato. «Il mio modestissimo e sommesso parere – sono le considerazioni di Pitaro – è che in ogni manifestazione di jacquerie, di tutti i tempi, siano stati presenti elementi dell’una come dell’altra componente». Con questo volendo significare che in ogni sommovimento storico e sociale è giocoforza che si mescolino e si sovrappongano componenti di vera e propria delinquenza comune e di sincero impulso di riscatto sociale. Così come sono convinto – conclude infine l’autore – che in ogni uomo, fosse il più esecrabile di questa terra, è possibile comunque ravvisare almeno un grano di umanità. Ecco, basterebbe che ciascuno di noi insistesse su quell’infinitesimo elemento positivo che sicuramente c’è in ciascun essere umano, e lo prendesse come riferimento rispetto a tutti gli altri negativi, per rendere migliore la coesistenza civile. Ed è ciò che ho inteso fare – e invero non so se ci sono riuscito – nel ricostruire la vita, un po’ romanzata un po’ tratta dai resoconti militari dell’epoca, di questo eroe negativo calabrese».

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