San Francesco e le utopie

Quando iniziavo, con il Cantico delle creature, a spiegare san Francesco d’Assisi, chiedevo ai ragazzi se avessero visto il film di Zeffirelli “Fratello sole etc”, e, alla risposta corale di sì, intimavo: “Scordatevelo, perché con san Francesco vero non ha nulla a che vedere”. Quindi, e ripetendo il tutto l’ultimo anno con Dante, raccontavo Francesco come fu, e la sua immensa rilevanza nella storia spirituale e culturale del mondo; chiarendo che Francesco fu, ed è, Francesco, proprio perché aveva evitato accuratamente ogni sognante e rovinosa utopia. Egli sapeva bene che le utopie si possono realizzare, e quasi sempre provocano danni epocali. Francesco dunque avrebbe potuto dar vita all’ennesimo movimento ereticale e spiritualistico dei secoli XII e XIII, tipo catari, albigesi eccetera, destinato a breve gloria e a finire qualche volta in tragedia, più spesso in commedia e nel dimenticatoio.

Figlio di un rustico e solido mercante, Piero di Bernardone, Francesco nacque e visse nel mondo reale, e, giovane colto, si accorse che il mondo era profondamente cambiato rispetto ai libri, ed erano nati due ceti sociali nuovi: i borghesi e gli operai; e che entrambi erano composti di credenti, ma insoddisfatti di una religione che, finora, era stata elaborata per contadini e cavalieri.

La Divina Provvidenza, insegna Dante nei cc. XI e XII del Paradiso, inviò due grandi santi, Francesco e Domenico, con una mentalità moderna, adatti ai tempi; ciascuno con un suo ambito di azione. Francesco scelse le città in caotica crescita di benessere e di problemi: e così lo dipinge mirabilmente Giotto.

Francesco sapeva bene anche che la gente non parlava più latino, e, per primo pregò in volgare, con quella superba prosa ritmica e poesia che a scuola spacciano per dialetto, ed è invece un documento di alta cultura anche linguistica. Non c’è in nessun dialetto “De te, altissimu, porta significazione”. Crea così la lingua italiana dotta; mentre compie la stessa operazione, in altro contesto, Federico II in quanto re di Sicilia.

Francesco è dunque un rivoluzionario? Sicuro: ma non è un ingenuo sovversivo. E come primo atto, povero e lacero, si reca dal papa per ottenerne l’autorizzazione. Eh, ragazzi, da quale papa? Ma da Innocenzo III, Lotario di Segni, uno degli uomini più forti e autorevoli (e attaccabrighe) del Medioevo, il papa della teocrazia: ebbene, a quest’uomo terribile Francesco si presenta “regalmente”, e ne viene capito e autorizzato. L’Ordine sarà poi definitivamente approvato da papa Onorio III. Creò dunque un movimento nella Chiesa e per la Chiesa, e non la solita follia intellettualistica; ed è per questo che i Francescani vivono dopo nove secoli.

Francesco era poverissimo nel senso che, nato ricco, rinunciò ai beni per essere libero. Se fosse rimasto nella bottega, oggi sarebbe uno sconosciuto santo patrono dei venditori di panni, in concorrenza con sant’Omobono. Rinunciò al denaro perché lo aveva; e insegnò a chi lo aveva a farne buon uso, come il domenicano san Tommaso d’Aquino farà con la dottrina dello “iustum pretium”.
Tutto nella Chiesa e secondo le regole. Ma le regole, si sa, sono fatte per i mediocri; a se stesso, Francesco riservò un cantuccio di anarchia, alternando momenti conventuali con momenti di ascesi solitaria da eremita; e non risparmiandosi pericolose avventure come la predicazione del Vangelo alla corte del sultano d’Egitto; inutile in sé, ma inizio dei buoni rapporti secolari tra Francescani e Islam. Tuttora il Custode dei Luoghi Santi in Palestina è un francescano. Altro che predica agli uccellini!

Eppure fu un grande santo e un poeta, e un modello di vita. Modello anche per chi, anche nella Chiesa, va in cerca di scorciatoie e sogni infondati e spesso dannosi.

Il bene bisogna saperlo fare bene, e farlo agli uomini reali, non a quello che uno s’illude che siano o possano diventare, basta un discorsetto tipo antimafia segue cena.

Oggi è 4 ottobre. San Francesco è patrono d’Italia, assieme a santa Caterina da Siena. Vero che gli Italiani siamo difficili anche da benedire dal cielo, però, se entrambi dessero qualche occhiatina in più a questa nostra geniale e travagliata patria…

Ulderico Nisticò

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